Nel 2017, a trent’anni tondi e con alle spalle trionfi e tonfi (sportivi e non solo), la formidabile tennista russa Maria Sharapova ha pubblicato “Unstoppable. My life so far”, edito in Italia da Einaudi come “Inarrestabile. La mia vita sin qui”.

Il 26 febbraio 2020, due mesi scarsi prima di compiere trentatre anni, e dopo una serie di delusioni tennistiche, l’annuncio: troppo invalidante la condizione della spalla destra, distrutta dalla violenza con cui scagliava i suoi servizi; apparentemente a dispetto del libro pubblicato tre anni prima, la pertica siberiana termina in anticipo la sua carriera sportiva.

Il ritiro non smentisce, in realtà, il titolo dell’autobiografia della grande sportiva: questa uscita dalle scene non è una sconfitta, bensì il consapevole e lucido rifiuto di continuare a oscurare un passato glorioso con un canto del cigno troppo prolungato (da troppi mesi, a ogni discesa in campo, la Sharapova raccoglieva sconfitte).

La Sharapova si trova così vicina a Michel Platini, il più grande calciatore della storia di Francia e della Juventus, che a 32 anni si ritirò dal calcio perché spaventato da problemi fisici che gli facevano prospettare un finale di carriera non all’altezza delle sue passate capacità; e a Marco Van Basten, il titano olandese che accumulò trofei con Ajax e Milan, che a 30 anni e mezzo proclamò la fine di una carriera che da almeno un paio di stagioni era di fatto stata soppressa da caviglie troppo fragili per reggere le torture cui i difensori avversari e i chirurghi sottoponevano “il Leonardo da Vinci del calcio”.

Inarrestabile. La mia vita fin qui

Esempi che confermano quanto poco il ritiro tolga alla gloria d’un campione – proprio Van Basten non ha nessun timore, in questi stessi giorni, a pubblicare con Mondadori l’autobiografia dal titolo tanto semplice quanto spietatamente sincero: “Fragile”. È soltanto questione di disciplina: imporsi di smettere, per non ridursi all’ombra, o peggio alla caricatura, di quel che si è stati.

Fortissima, graziosissima, disciplinatissima, con altre fanciulle – Ana Ivanovic, Justine Henin – Maria Sharapova è stata l’alternativa elegante allo strapotere tutto sputi, rutti e parolacce delle fortissime, impresentabili sorelle Williams.

Proprio contro Serena Williams, la Sharapova diventa una star: ancora minorenne, nella finale di Wimbledon del 2004 non si fa intimorire dalla già blasonatissima avversaria, né dal suo fisico alla Schwarzenegger e dalle sue sceneggiate; la avvilisce invece con un 6-1, 6-4 la cui gravità non sarà mai accettata dalla virago del Michigan.

Non si tratta del primo, né dell’ultimo trionfo: sono 36 i tornei vinti da questa atleta poderosa ma aggraziata, tra cui cinque del Grande Slam (Wimbledon, US Open, Australian Oper e due Roland Garros).

Altrettanto abbondanti e fragorose le cadute: nello stesso anno della scoppola wimbledoniana, sconfiggerà ancora Serena Williams, alla finale WTA, ancora nel 2004; ma i loro successivi duelli vedranno vincere sempre la virilissima afroamericana.

Biondissima, alta un metro e 88 (adora ripeterlo), bellissima: sin dal trionfo di Wimbledon si ritrova più popolare per la propria immagine che per le doti sportive (avrà sempre l’intelligenza di rendersene conto: al lettore di “Inarrestabile” dice: forse hai comprato questo libro per la foto in copertina… e spesso scherzerà sulla spassosissima immagine degli addetti al campo di Wimbledon bloccati a contemplarla). Comincia con un servizio fotografico (non proprio raffinato, ma in fondo chi se ne frega) per Sports Illustrated; diventa testimonial per Motorola, Nike, Porsche e orologi molto brutti.

Continua a vincere, comincia a perdere, e la spalla con cui scaricava sulle avversarie colpi più simili a cannonate che a servizi tennistici si frantuma (nel 2008, dopo la vittoria all’Australian Open). Si spaventa, si sottopone a operazioni nel cui decorso l’angoscia per la carriera supera il travaglio fisico; ricomincia a impugnare la racchetta, prova ad adattarsi a un nuovo stile di gioco, vince ancora ma con risultati meno roboanti e non più così spesso. Non è più la n. 1 del “ranking” mondiale; anzi, esce dalla “top ten”.

Fino al 2012: comincia l’anno con problemi alle gambe, ma divora con rinnovata ferocia le avversarie, e torna fra le prime dieci tenniste al mondo. Vince un torneo che già in precedenti edizioni ha dominato, a Roma, dove travolge la Ivanovic e l’altra Williams, Venus. È la portabandiera russa alle Olimpiadi di Londra, arriva anche in finale, dove si scontra proprio con Serena Williams: ma è una delle tante vittorie dell’americana sulla cerbiatta di Njagan.

L’anno dopo la spalla ricomincia a dare problemi, ma con le sue lunghe leve la Sharapova si incammina su altre vittorie. Finché non arriva un problema anche peggiore: all’Australian Open del 2016 è trovata positiva al Meldonium. Si difende dapprima sostenendo che è una sostanza presente in farmaci usati in Russia, che non ha effetto dopante e la federazione internazionale la considera sospetta soltanto perché presente in molte analisi su atleti russi. Forse di fronte all’impossibilità, anche seguendo questa linea difensiva, di evitare la squalifica (e con la speranza di attenuare, mostrandosi pentita e conciliante, le conseguenze); forse perché atterrita dalla perdita di alcune amicizie; in conferenza stampa ammette di essere colpevole.

Le è comminata una squalifica di due anni, ridotti a uno e tre mesi per “buona condotta” (e perché nel frattempo vacillano le certezze della federazione sull’illiceità del Meldonium); la Sharapova, cui è stata fatta tutt’intorno terra bruciata (Tag Heuer, Porsche e Nike stracciano i suoi contratti pubblicitari prima che termini la conferenza stampa della sua confessione), ricomincia a giocare più che può, ripartendo dal posto 262 nella classifica mondiale. A Madrid, la canadese Eugenie Bouchard la sconfiggerà dopo averla insultata (molto vigliaccamente: per vie traverse), e aver millantato che altre tenniste (le quali negheranno alcuna simpatia nei confronti della Bouchard) le avevano augurato di umiliare “quell’imbrogliona”. Prima di fine anno, in Cina, la Sharapova vincerà il suo ultimo torneo della Women’s Tennis Association: il trentaseiesimo.

L’anno dopo rientra nella top 30; ma i guai fisici, la tristezza mai superata per le amicizie dimostratesi false in occasione della squalifica, e la dedizione ad altri progetti la portano a risultati scadenti.

Si presta infatti sempre più ai servizi fotografici, alle prime avvisaglie d’una carriera da stilista, al libro, alla militanza ambientalista, alla creazione d’una estemporanea marca d’acqua in bottiglia e a quella, più redditizia, d’una linea di caramelle (dall’abbacinante nome “Sugarpova”).

Perché Maria Sharapova è un esempio, perché nonostante il prematuro ritiro dall’attività agonistica resta “inarrestabile”?

Masha Sharapova (sarà lei stessa a cambiarsi il nome in Maria) nasce il 19 aprile 1987 (quattro giorni prima dello scrivente, suo pari in statura ma ahinoi assai meno grazioso) in Siberia: nella Russia ancora choccata dal disastro nucleare di Chernobyl (Bielorussia, 26 aprile dell’anno precedente) e ancora sovietica.

La madre è una donna intelligente, il padre un uomo tanto folle quanto determinato. Un giorno, questi abbandona in un angolo la racchetta che gli era stata donata per un compleanno: Masha, ancora piccola, la raccoglie e con assurda determinazione comincia a far rimbalzare contro un muro una pallina. Vedendone l’assiduità, la concentrazione, la precisione, il padre si convince d’aver messo al mondo un prodigio. Sa che Martina Navratilova è un’eccezione dorata, e che questa super-campionessa ha costruito la carriera oltre la Cortina di Ferro: quindi Masha va portata in Occidente. Ottenere il permesso di espatrio è quasi impossibile, bisogna fornire validi motivi a dei funzionari. Lui dice molto chiaramente: intendo portare mia figlia in Florida per farla crescere dai migliori allenatori americani e farla diventare la più grande tennista del mondo. L’effetto è quello ricercato: la dice tanto grossa, che i funzionari si rendono conto che ha intenzioni serie.

In Florida comincia l’avventura di Maria Sharapova e del padre: non sanno una parola d’inglese, non hanno mezzo dollaro, non conoscono nessuno, sanno che rivedranno i parenti molto di rado. Qualcuno li ospita, lavorano tantissimo, trovano allenatori abbastanza acuti e lungimiranti da capire che l’ancora piccola Maria non è solo una bambina in grado di restare concentrata per tante ore su di un’attività monotona e faticosa. Gradino dopo gradino, da una vita improvvisata passeranno alle scuole di provincia, ai tornei locali, a vittorie che man mano saranno meno modeste.

Non c’è nulla di agiografico. Quella di Maria Sharapova è la storia di un’eccellenza: che sia sportiva, poco importa. È comunque la vicenda di un successo costruito su di una piramide i cui gradoni sono fatti di fatica, sacrifici, impegno, concentrazione, errori, umiliazioni, visioni sempre più ampie.

Maria Sharapova è, con le sue sconfitte e le sue cadute, una grande donna. Nell’epoca in cui il femminismo da internet rende possibile a fallite, frustrate, nullafacenti di ammantarsi della “forza delle donne” e altri luoghi comuni sull’altra metà del cielo, il suo esempio di autentica forza è ancora più bello e prezioso.

Maria Sharapova, “Inarrestabile. La mia vita fin qui”, Einaudi Stile Libero, Torino 2018, euro 18,50, ppgg. 280