In quest’estate, tra le cento e cento occasioni di intervento mancato, guardo con speciale riguardo e grossissima sorpresa, data la qualità dello studioso protagonista, ad una recensione di Giancristiano Desiderio riguardante un lavoro di Enzo Riboni (Salvato dallo swing. Un violino in America, Edizioni Il Falò). Per Desiderio l’autore “ha scritto un romanzo storico che affronta un tema poco conosciuto: la cattura e la prigionia dei soldati italiani negli Usa durante la Seconda guerra mondiale”. Riboni e Desiderio disegnano un’atmosfera, una insperata villeggiatura, per i nostri militari (51 mila), i “più fortunati” tra i circa un milione e 200 mila connazionali fatti prigionieri.
E’ un vero peccato, è del tutto incredibile che uno studioso, serio e sempre positivamente considerato, come Giancristiano Desiderio, si sia dimenticato dell’opera di Arrigo Petacco, dal titolo, già eloquente e davvero non idilliaco, Quelli che dissero no. 8 settembre 1943: la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi ed americani.
Il volume del qualificato ed ampiamente apprezzato giornalista spezzino, nato nel 1929 e scomparso nel 2018 è pubblicato nel 2011 dalla casa editrice Mondadori, oggi caduta negli abissi inconcludenti e velleitari della sinistra più anacronistica.

Come prova e saggio valgano, per brevità, due passaggi del lavoro: “Più tardi, quando l’armistizio dell’8 settembre gli americani fecero il possibile per indurre i prigionieri alla collaborazione non nascosero la loro sorpresa nel constatare che oltre un terzo degli interessa aveva risposto “no” a quell’invito. Per questa ragione, come accadde altrove, i Noncoman saranno divisi dai Coman e questi ultimi otterranno un trattamento migliore. Ma va anche detto che gli ufficiali americani più dotati di senso militare manifesteranno ammirazione e rispetto per coloro che rifiutavano di scendere a patti col nemico” (p.84).
“Per la verità, negli ultimi mesi di guerra, gli americani sottoposero a restrizioni anche quei prigionieri che avevano firmato la prima scheda di collaborazione, ma non la seconda. Riferiva infatti al governo di Brindisi il generale Vincenzo Biani, che faceva parte della prima categoria: “Malgrado la cobelligeranza dichiarata dal governo del re, il nostro trattamento, anche dal punto di vista materiale, è enormemente peggiorato. La spiegazione sarebbe che gli americani i quali, prima dell’armistizio avevano dei prigionieri in Italia e quindi un buon trattamento nei nostri confronti corrispondeva a buon trattamento da parte degli italiani, ora questa reciprocità non si pone più. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, noi cooperatori, schierati con gli Alleati, veniamo a trovarci in condizioni morali e materiali peggiori rispetto al periodo in cui eravamo nemici” (p.155). Si tratta – ripetiamo – di 2 citazioni sintetiche e molte altre utili si potrebbero facilmente estrarre dalle 169 pagine del testo.