“L’uomo medievale concepisce la realtà in rapporto con la dimensione ultraterrena, con il Mistero, con l’infinito, in una prospettiva escatologica”. Lo scrive il professore Giovanni Fighera nell’agevole testo edito da Ares, “Che cos’è mai l’uomo, perché di lui ti ricordi?”, che sto presentando da qualche giorno. Certamente l’uomo medievale non è meno peccatore di altre epoche, soltanto che ha più chiaro il senso del peccato ed è più consapevole che ha bisogno di essere salvato da un Altro, da Dio, che si è incarnato e che noi siamo guidati attraverso la compagnia della Chiesa . Peraltro per Fighera, “la coscienza di peccato può esistere solo in una civiltà che coglie o percepisce la presenza del Mistero”. Infatti, l’uomo medievale concepisce la sua vita come un pellegrinaggio, l’homo viator, il viandante che si affida a una guida e a un maestro…”. Legato al pellegrinaggio c’è il termine avventura, che descrive bene il viaggio dell’uomo medievale, il quale è consapevole di incontrare nella vita, imprevisti, “irruzioni sorprendenti del soprannaturale e del Mistero nella realtà”. L’avventura ci richiama a Perceval e al Sacro Graal, di Chretien de Troyes (1135-1190) una delle vicende che più ha affascinato l’epoca contemporanea. Al di là della vicenda leggendaria, il messaggio trasmesso per il lettore medievale è chiaro: “Cristo è il Re pescatore, il padre del Re pescatore che non si può vedere è Dio Padre creatore, il santo eremita è lo Spirito santo, la strada che parte dal santo eremita lungo il quale l’uomo deve camminare è la Chiesa, il Graal è la coppa dell’ultima cena”. Accanto alla figura di Perceval si staglia quella di Orlando, il valoroso paladino di Carlo Magno, immortalato nella Chanson de Roland.

Ma per Fighera, tra i cavalieri medievali, ce né uno che è cavaliere e santo nello stesso tempo. E’ san Galgano, nato a Chiusdino, vicino Siena. Dopo tante prepotenze e violenze, disgustato della sua vita, conficcò la spada nella roccia, dove rimase come una croce per pregare. Sono tanti nel Medioevo i re, gli uomini potenti e capi di nazioni che sono diventati santi, a cominciare da santo Stefano, a cui viene fatta risalire la nascita dell’Ungheria cristiana. Certo in duemila anni ne abbiamo visti tanti all’opera di uomini, e santi che hanno cambiato la loro vita dall’incontro con Cristo. Tuttavia, “nel Medioevo, però, – secondo Fighera – la novità assoluta è che queste figure sono percepite dalla sensibilità popolare e dalla cultura dominante come figure ideali, cui improntare la propria vita”. Del resto per il cristiano chiunque è chiamato alla santità, la santità non dev’essere solo appannaggio di “quei personaggi strani e leggendari come noi spesso consideriamo i santi”. Questo aspetto è ben presente nell’uomo medievale, soltanto che lui “vede nel santo l’ideale di compimento dell’umano”.

Ma poi il medioevo è anche pieno di monaci e di pellegrini. Il professore Fighera ricorda la grande opera di san Francesco e dei “francescani che predicavano la buona novella per il mondo, vivendo di elemosina. La loro dimensione rappresenta la coscienza dell’uomo medievale di essere homo viator, in viaggio dalla terra verso la vera patria celeste…”. Il pellegrinaggio terreno è una costante nell’uomo medievale, soprattutto quello verso Gerusalemme. L’anima più autentica del Medioevo è, quindi, rappresentata dal movimento, non solo dei pellegrini, ma anche dei monaci che si muovono per tutta Europa evangelizzando, costruendo monasteri, diffondendo il verbo di Cristo. Ovunque arrivano, coltivano i campi, trasmettono la cultura antica, diventano un polo di aggregazione per la gente che abita vicino al monastero”.

Nel testo Fighera evidenzia la dimensione unitaria della cultura medievale, si pensi alla Divina Commedia del grande e immenso Dante Alighieri, alla composizione architettonica della cattedrale costruita al centro della città, vicino al palazzo del Comune. Inoltre nell’uomo medievale è forte lo spirito di appartenenza, la sua dimensione comunitaria della vita è molto forte. “L’uomo non solo si sente appartenente a un credo comune, a un ideale, ma vive concretamente all’interno di una comunità, che è rappresentata dalla corporazione, dal paese, dalla chiesa, ma soprattutto dalla famiglia”.

Dal cavaliere al condottiero di ventura…

L’uomo ideale del medioevo, il cavaliere, il monaco, il santo, nel cosiddetto Rinascimento è sostituito dalla figura dell’homo divus. Quest’uomo è quello che si afferma in un campo, da quello artistico a quello pericoloso del mestiere delle armi, come il condottiero di ventura, esempio illustre il Gattamelata (1370-1443), ma anche Francesco Sforza, Giovanni dalle Bande Nere. Con il Rinascimento, soprattutto la cultura intellettuale diventa sempre più laica e profana, anche se quella popolare rimane ancorata alla religiosità medievale. In pratica l’uomo rinascimentale si libera dall’abbraccio misericordioso di Dio, così ben descritto da Ildegarda di Bingen, per collocarsi al centro dello spazio e della realtà come l’uomo vitruviano. “L’uomo rinascimentale è tornato solo, vive per se stesso, ha perso la dimensione comunitaria”. Pertanto se Dante, nella sua libertà, si affidava a Qualcuno, nell’Orlando furioso, -scrive Fighera – vi sono tanti uomini soli che hanno perso di vista l’ideale e che sono sballottati dalla sorte e dalle passioni ‘di qua di là di su di giù’, come i lussuriosi dell’inferno dantesco”.

Pertanto secondo Fighera i personaggi ariosteschi, ormai, “non vivono più la vita come avventura, perché è stato estromesso il Mistero dalle vicende umane”. Intanto in campo religioso, avviene la rottura con la cosiddetta Riforma protestante di Lutero(1517) che ha separato la coscienza dell’uomo dalla Chiesa di Roma, l’uomo ormai ha un rapporto personale con Dio. Non servono più la Chiesa, i sacramenti, i preti. “Raggiungere la meta è diventato un traguardo da perseguire da soli, senza aiuti, senza mediazioni, senza compagnie”.

Un’altra opera che ha segnato l’epoca è il Principe di Niccolò Machiavelli che dedica il trattato a Lorenzo dei Medici, il nuovo signore di Firenze. In pratica il pensiero di Machiavelli anticipa la separazione tra la politica e la morale. “Tra gli ambiti specialistici e quelli che afferiscono alla sfera della dimensione esistenziale e religiosa”. L’individualismo dell’homo divus, che cerca “un’affermazione personale al di fuori dell’appartenenza al popolo sono chiare espressioni della nascita della Modernità”.

Per ora mi fermo, il viaggio continua nel prossimo intervento, con l’Illuminismo francese, la rivoluzione e l’attacco alla tradizione.