Quella di Antonio Salandra (1853 – 1931) è figura del  XIX secolo, tale da meritare una rilettura e un ripensamento per l’intero periodo della sua presenza sulla scena pubblica, anche nella prospettiva odierna, in cui i valori da lui sostenuti (e non solo da lui) appaiono vilipesi, calpestati e – amaro a dirsi – dimenticati.

     Dopo essere divenuto deputato nel 1886, è sottosegretario alle Finanze con  gabinetto Rudinì (1891 – 1892), allo stesso incarico e al Tesoro con Crispi (1893 – 1896), poi ministro all’Agricoltura, Industria e Commercio con Pelloux (1899 – 1900), alle Finanze con il I gabinetto di Sonnino (febbraio – maggio 1906), al Tesoro con il II esecutivo del toscano (1909 – 1910), ed infine presidente del Consiglio e ministro dell’Interno dal 21 marzo al 5 novembre 1914 e dallo stesso giorno al 19 giugno 1916.

   Il 28 agosto 1914 – per iniziare – Salandra concorda con Sonnino sulla necessità di attenersi «scrupolosamente alla neutralità», senza perdere di vista lavoro ed impegni finanziari «per preparare l’esercito ad ogni eventualità», la cosiddetta «neutralità attiva».

   Pesante ma ampiamente condivisibile è l’impressione espressa sui militari, che «paiono preparatissimi soltanto a trovare ragioni per non fare la guerra». Del resto anche Giustino Fortunato il 1° febbraio 1915, sorreggendolo nelle sue perplessità, gli scrive: «non prestar fede cieca ne’ militari; e domanda loro se hanno la coscienza di poterti assicurare, che noi siamo in grado di sostenere, specialmente logisticamente, una campagna offensiva oltre i tre o quattro mesi».

   Eloquente dell’onestà di Salandra è la confessione fatta l’11 luglio 1914 sulle condizioni del paese «assai più gravi di quelle che adesso non sembrino». A settembre il presidente pugliese ritiene che «fino a primavera, sarà grande fortuna se riusciremo a mantenere  inviolati i nostri confini politici». Salandra, sempre nello stesso mese, spariti gli entusiasmi iniziali, avverte i ministri del mutamento del quadro bellico a livello generale, ora tale da implicare «un prolungamento della dura prova al di là di quanto, tre mesi fa, era possibile prevedere». Arrivati al mese di dicembre al capo del governo non può sfuggire un nodo gravissimo e condizionante: il clima «desolante» delle contese tra Ministero della Guerra e Stato Maggiore con «lo spirito piccino dei nostri generali», giudicato da sempre «una delle maggiori mie afflizioni«.

   Nello stesso periodo emerge una questione sociale «di primissimo valore, più di qualunque altra in questo momento. Il paese non si terrebbe più in caso di ulteriore rincaro del pane: gli altri importano meno. E noi, se non si provvede ad assicurare il grano fino al nuovo raccolto, finiremo miseramente, come ministero e come paese, nell’impotenza, anche militare».

  E’ un problema drammatico, di cui non sfugge davvero la portata a Salandra, memore della denunzia fattagli nell’ottobre dell’anno precedente dal prefetto di Genova, Elvidio Salvarezza, che aveva segnalato «ingentissime partite di grano incettate da parecchie settimane da agenti germanici ed austriaci», divenute note al pubblico, pronto ad agitarsi nella prospettiva di una penuria e di un conseguente rincaro del pane e delle paste alimentari.

   Il segno dello statista pugliese, della sua tattica, della sua strategia a lungo termine e dei suoi intendimenti si ritrova e nei volumi, decantati dalle impressioni e dalla pressioni immediate, La neutralità italiana. Ricordi e pensieri ( Milano, 1928) e L’intervento. Ricordi e pensieri (Milano, 1930) e principalmente nei discorsi sulla guerra , riuniti poi in volume nel 1922.

   In un intervento dell’ ottobre 1914, il presidente pugliese osserva che «la Patria, lo Stato devono vivere perenni […], occorre ardimento, non di parole ma di opere; occorre animo scevro da ogni sentimento che non sia quello della esclusiva ed illimitata devozione alla Patria nostra». Chiude con parole, che hanno attirato i dardi più infuocati della polemica neutralista e le critiche più acute della storiografia marxista e cattolica: «del sacro egoismo per l’Italia».

   Salandra, però, spiega, motiva e non giustifica il passo drammatico con la discesa in guerra nel discorso del 2 giugno 1915 al Campidoglio, che incontra le lodi convinte di Giustino Fortunato, uomo «naturale pacifismo», postosi come interprete dell’entusiasmo di Napoli, una città neutralista divenuta «unanime città interventista».

   Lo statista di Troia con fermezza chiama gli italiani ad un impegno corale «nessuno se ne può sottrarre: chi alla patria non dà il braccio, deve dare la mente, i beni, il cuore, le rinunzia, i sacrifizi».  Per l’oratore il senso autentico della guerra è quello «di tradurre in atto l’ideale della grande Italia che gli eroi del Risorgimento non potettero vedere compiuto». Intende cioè – riflettano i tanti, che anche in questo anno solenne esprimono riserve sulla decisione favorevole al conflitto, giudicata aggressiva, velleitaria ed espansionistica – raggiungere il completamento, il coronamento e l’apoteosi del processo risorgimentale.

   Alla Patria afferma nelle parole di chiusura – si deve offrire il proprio sforzo morale e materiale, così che «dinanzi al tricolore […] si inchinino tutte le bandiere, si fondino tutti gli animi nella fede concorde che in quel segno vinceremo».

   Non c’ è dubbio che queste sono considerazioni vere e coinvolgenti allora ed ora  di fronte alla Patria, parola oggi camuffata sotto altre sigle (“sovranismo”) di origine straniera, di natura superficiale, prive di qualsiasi connessione storica, formulate  con obiettivi solo spregiativi.

   Va comunque necessariamente sottolineato che L’epidemia sovranista è il titolo dell’ultima fatica del novantenne “guru” Sergio Romano, che, oltre a stabilire in maniera del tutto scontata un parallelo, o meglio ancora una sovrapposizione tra “fascismo” e “sovranismo” , propone,  condannando le sue pagine a riserve facili e a contestazioni convinte , il rilancio dell’integrazione europea, che, sotto gli occhi di tutti e nell’esperienza quotidiana universale, non fa che presentare insanabili disfunzioni.

   Sarebbe auspicabile che da parte di studiosi qualificati e non carichi di “amor sui” come Romano, si iniziassero riflessioni equilibrate e revisioni di verità finora incontestate ed incontestabili. Una valente economista, ad esempio, Antonella Crescenzi,è dell’avviso, nel suo volume La lepre e la tartaruga. L’economia italiana dal boom degli anni Cinquanta alla crisi dei giorni nostri, che proprio gli anni felici contenessero, virulenti, i germi al fondo della crisi attuale.