Non ha senso né ha valore una rivisitazione con pretese storiche di una vicenda, conclusasi drammaticamente 74 anni or sono con sentenze fondate ma enfatizzate a dismisura, a meno che il lavoro, fresco di stampa, non sia appoggiato su valutazioni originali e documentazioni inedite.

E’ il caso dell’opera curata da Maria Teresa Giusti, docente presso l’università “Gabriele D’Annunzio” di Chieti, intitolata, in maniera davvero non inusitata, “La campagna di Russia. 1941 – 1943”. L’autrice descrive la sventurata spedizione militare in Russia, voluta da Mussolini e non richiesta da Hitler. Il Fuhrer invitò più volte l’alleato italiano a concentrare le sue limitate risorse belliche in Libia contro i britannici. Inutilmente. La campagna italiana di Russia fu un errore bellico ma anche, e soprattutto, un disastro politico: trecentomila soldati italiani — e un’enormità di mezzi, armi, denari — vennero inghiottiti dalle steppe russe. 75mila e più non tornarono. Una tragedia che segnò — dopo le batoste in Albania, in Africa orientale e settentrionale, le mattanze navali di Taranto e di capo Matapan —  la crisi definitiva del regime. A questo riguardo vale sempre la pena di rileggere Franco Bandini e il suo capolavoro “Tecnica di una sconfitta”…

In ogni caso, la elaborazione della Giusti , abbondante per le fonti utilizzate, manca però nei passaggi salienti, nei momenti cruciali, di una chiara identificazione delle responsabilità e principalmente delle sue proiezioni internazionali o in una fase riguardante l’Italia, se ne assolutizzano, come fossero uniche, le responsabilità considerate incancellabili e decisive sul piano storico.

A pagina 198, ad esempio, si parla di “crimini” commessi dai nostri soldati, sorvolando sui “crimini”, sottaciuti o minimizzati, perpetrati dagli inglesi e soprattutto dagli americani sulle popolazioni inermi ed indifese con l’arma micidiale dei bombardamenti. Ancora oggi, ad oltre 70 anni di distanza, ascoltiamo interventi quirinalizi su stragi ed eccidi nazisti, è difficile, anzi impossibile avere notizie di presenze o dei messaggi dei Capi dello Stato nella ricorrenza di devastazioni venute dal cielo. Posso recare la testimonianza diretta con l’avvilente, ininterrotto silenzio sulla strage (circa 500 vittime) angloamericana di Tivoli del 26 maggio 1944.

E’ vero che in barba e alla faccia della celebre e celebrata definizione crociana del fascismo come “parentesi della storia” si continuano a rilanciare “fluviali, grottesche, irresistibili irrisioni” di Mussolini, ma è pur vero che in lavori storiografici comunque solidi e documentati le affermazioni di fondo e le conclusioni siano tutt’altro che decise, complete e precise.

Le spiegazioni recate sulla “rimozione” del problema del reinserimento dei reduci, comunque ubbidienti agli ordini di un’autorità legittima, sono tutt’altro che convincenti e solo frammentarie. Ad esempio con riferimento alle manifestazioni e alle rimostranze dei militari rientrati, le si considera “bollate come fasciste da socialisti e comunisti” mentre in effetti ed in realtà, connivente e concorde, era l’intero “arco costituzionale”, guidato dalla DC.

Si resta stupiti e perplessi di fronte alle valutazioni espresse sulla politica perseguita da Stalin, timide fino ad essere sfumate e magari anche equivoche, e sui processi di “pulizia etnica” con trasferimenti “ a forza”, che, attuati da altri regimi, sarebbero stati quantificati fino al miliardesimo, mentre per il “dittatore” (ohibò, si osa tanto) ci si limita a parlare di “alibi per ripulire le zone a rischio del paese – quelle vicine all’Europa – dai soggetti che riteneva poco fidati e colpevoli di aver collaborato col nemico”. Questo parere, tanto per intenderci , appartiene senza equivoci alla storia clemente e comprensiva.

 

 

 

MARIA TERESA GIUSTI

La campagna di Russia. 1941 – 1943

Bologna, Il Mulino, 2016

pp. 376. Euro 26,00