Nonostante le tante perplessità sulla qualità dei cibi (uno schifo) e le opache politiche salariali, ancor oggi gli archi dorati di McDonald rappresentano per molti americani (e non solo) il “Santo Graal alimentare”. Una sicurezza simil-salutista. Un’abitudine, malsana (molto malsana) ma consolidata. Milioni d’obesi e malati assortiti confermano con acida gioia…
Eppure, da più di mezzo secolo, il prodotto, incredibilmente, funziona. Tutto merito di un personaggio come Ray Kroc, vera icona del capitalismo a stelle e strisce e dell’American way of life.
Ora un film, The Founder, racconta la sua vicenda. Come in Death of a Salesmann, il dramma di Arthur Miller, il protagonista — interpretato da un ottimo Michael Keaton — è un piazzista cinquantenne e spiantato di frullatori multimixer, un triste commesso viaggiatore ossessionato dall’idea del successo, dei soldi. Nulla però funziona e la vecchiaia avanza assieme ai debiti e alle delusioni.
Poi, un giorno del 1954, Kroc incontra i fratelli Dick e Mac McDonald (rispettivamente Nick Offerman e John Carroll Lynch). Vogliono addirittura sei frullatori per incrementare la loro attività, un chiosco a San Bernardino. I due hanno avuto un’idea rivoluzionaria, applicare il fordismo all’alimentazione: quindi servizio istantaneo e inappuntabile per pochissimi cibi selezionati. In primis l’hamburger. Il tutto, senza stoviglie da lavare e senza camerieri. La ristorazione walk through.
È l’occasione che Kroc cercava. Entra in società con i due McDonald ed esporta in tutto il paese, inventando il franchising, la formula. Quando arrivano i primi soldi, l’ex venditore dei frullatori elimina spietatamente — tenendosi, però, stretto il marchio — gli ingenui soci e (già che c’è…) anche la prima moglie ormai sfiorita, sostituendola subito con un’altra, più fresca. Fregata al suo migliore amico. Chi se ne frega. Da qui, poi, l’impero immobiliare, la multinazionale, il successo. Money, money, money…

Kroc non è un buono, non è un tenero. È un genio avido e bugiardo. Uno squalo. Ma l’America lo ama e in lui si rispecchia. Il “male americano” abita anche al fast food. Alain de Benoist aveva ragione.