Negli anni ’30, il “pellegrinaggio in Russia” era un must per gli intellettuali occidentali, curiosi di vedere con i loro occhi il “paradiso socialista” propalato dalla ben oliata macchina propagandistica sovietica e dai partiti comunisti europei ai quali capillarmente si riferiva tramite l’appositamente creata “Unione degli scrittori sovietici per le relazioni con l’estero”. Quasi tutti questi intellettuali, a parte notevoli eccezioni come André Gide con il suo Ritorno dall’URSS, per opportunismo o per fedeltà di partito, chiusero gli occhi davanti alla miseria nelle campagne, allo squallore dell’umanità delle città, al perpetuarsi delle disparità di classe, all’oppressione poliziesca, dando al ritorno una visione confortante della terra dei Soviet e laudando “l’uomo e la donna nuovi”. 


Nel 1936, anche Céline fu invitato a andare in Unione Sovietica, ufficialmente per spendervi i diritti della traduzione del Viaggio al termine della notte, tradotto dalla Triolet, compagna dell’ex dada scopertosi stalinista Aragon. Pessimo affare per la propaganda bolscevica! Al ritorno, come sappiamo, il Dottor Destouches, che aveva tenuto occhi e cervello ben aperti, demolì l’URSS, il comunismo, e, già che c’era, qualunque velleità di redimere l’Uomo, nell’incendiario Mea Culpa del 1937.
Pubblichiamo qui di seguito un estratto di una breve ma grandguignolesca testimonianza relativa a questo periodo, inedita in italiano, della intellettuale antifascista Lucie Mazauric, che incontrò Céline durante la sua permanenza in Russia:

Sapevamo che Leningrado fosse bella, ma non avevamo immaginato la perfezione ineguagliata della sua architettura! Non avevamo mai visto nulla di così armonioso. Mosca, con i suoi campanili dalle cupole a bulbo e il suo Cremlino, ci aveva fatto penetrare nell’antica Russia vicina all’oriente […] Questo detto, non ci è stato possibile maturare un giudizio d’insieme sul regime, come Gide ha fatto. Non ne avevamo né il tempo né i mezzi [facile, pilatesca scappatoia, quella della “chierica” Mazauric, NdT].
Leningrado non era, come Mosca, la Mecca degli intellettuali. Il nostro incontro più strano, all’hotel, fu quello di Céline. Non so quale fantasioso sovietico aveva avuto la strampalata idea di invitarlo a venire in URSS. Il suo fisico mi ghiacciò, con il suo volto tormentato, forato da due occhi azzurri molto chiari, la sola nota di purezza in quella faccia degradata. I suoi discorsi grondavano di volgarità voluta. Cito: “Questo paese è infetto. Impossibile viverci. Io, ho bisogno di queste buone piccole democrazie marce, per farci del buono…” E aggiungeva, davanti a una segretaria terrorizzata: “E non c’è nessuno con cui scopare qui! Non ho che questa piccola sciacquetta di segretaria, che ogni mattina se ne esce dal mio letto per precipitarsi a fare rapporto alla GPU!” La segretaria l’ascoltava, capendo tutto, sull’orlo delle lacrime. Una scena terribile a vedersi… Ma non era Céline che eravamo venuti a scoprire in URSS. Preferivo ricordarmelo ai suoi inizi, quando André [Chamson] era stato il primo a salutare il suo esordio in letteratura con un articolo di elogio!