Niente lo aveva fatto barcollare nella sua lunga e avventurosa vita. E davanti a niente aveva indietreggiato.

Da ragazzino aveva dato una mano alla Resistenza antitedesca.

Poi l’OAS. L’attentato contro De Gaulle a Tolone. Le due condanne a morte in contumacia. Gli anni di carcere. E quelli in esilio, in Spagna e, soprattutto, in Italia.

Era un “duro” Jean-Jacques Susini.

Gli occhi celesti gli tornavano lucidi solo quando parlava della nonna materna, Thomasine Palmieri, una istitutrice molto colta ma tenerissima col nipote che adorava e dal quale era adorata.

Un giorno lui, non visto, la scoprì che piangeva a dirotto mentre stava ascoltando alla radio un discorso di Mussolini.

Susini era nato il 30 luglio 1933 ad Algeri ma in realtà era còrso. E secondo i principi tipicamente còrsi (famiglia, lavoro, lealtà) era stato educato.

Perché l’Algeria?

E’ una storia come tante altre. Il bisnonno paterno era stato costretto a lasciare l’isola per sottrarsi alle rischiose conseguenze di una faida locale. Se n’era andato in Kabilia dove aveva creato una fattoria. Kabilia uguale berberi, gente schietta e fiera proprio come i còrsi.

Prima di andar via dalla Corsica era nato, a Loreto di Tallano, vicino Sartena, nel sud dell’isola, colui che sarebbe diventato il padre di Jean-Jacques. Si chiamava Antoine-Ange-Marie, un ferroviere che aderiva al sindacato Force Ouvrière, sinistra moderata. Sua madre era Philomene.

Ma il perno della sua vita divenne ben presto la nonna, la professoressa Thomasine. La quale, oltre ai rudimenti culturali fondamentali, gli aveva insegnato il culto assoluto della lealtà, della fedeltà, dell’onore.

E fu questo sentimento fortissimo di cui Susini era impastato che alla fine degli anni cinquanta fece nascere nell’animo del giovane Jean-Jacques un odio tumultuoso e inarrestabile contro Charles De Gaulle.

Tutti, anche Jean-Jacques, vedevano De Gaulle come il salvatore della Patria francese prima occupata dai nemici di sempre, i tedeschi, poi trattata a pesci in faccia dagli “alleati”, quindi mortificata dalle miserie della Quarta Repubblica che obbligarono De Gaulle ad uscire dall’esilio. A quel punto la prova drammatica dell’Algeria.

De Gaulle era andato oltremare e davanti a migliaia e migliaia di persone entusiaste aveva giurato con le braccia al cielo nel segno della V di vittoria che quella terra sarebbe rimasta quel che era, “française!”. Lo aveva fatto ad Algeri con il solenne “Je vous ai compris!” (vi ho capito). Ed ancora più chiaramente a Mostaganem (la capitale dell’Algeria meridionale, l’ultima grande città prima del deserto sahariano) con un ancor più solenne “Vive l’Algérie Française!”. Era il giugno 1958.

D’altra parte prima che la Francia, metà ottocento, la conquistasse, l’Algeria non esisteva come Paese. Era un agglomerato di tribù, clan, etnìe senza dimensione statuale né coscienza nazionale. La Francia rivendicava il diritto di possesso su un territorio diventato Paese, comunità, popolo solo con la colonizzazione dei francesi.

A favore del mantenimento dell’Algeria alla Francia era la grande maggioranza della popolazione nella Madrepatria ma anche nella terra maghrebina, berberi, arabi, ebrei, gente del Sahel, immigrati dalla Francia e da altri Paesi europei, fra cui l’Italia (il primo circolo di italiani ad Algeri è della metà dell’800).

Poi De Gaulle cambiò idea. Era cominciato il terrorismo antifrancese. I morti si contavano prima a decine, poi a centinaia, quindi a migliaia. De Gaulle cominciò, prima clandestinamente e poi alla luce del sole, ad avviare negoziati con Fronte di Liberazione Nazionale.

Calcolo di politica estera? Oppure di politica interna?

Per Susini e per quelli come lui si chiamava soltanto tradimento. Bruciante, insopportabile tradimento. Lui, educato alla lealtà dei corsi, non ci voleva credere. Aveva dato una mano alla Resistenza guidata da De Gaulle. Aveva aderito al primo partito creato dallo stesso De Gaulle, il Rassemblement du Peuple Français (RPF). Come poteva essere che quell’uomo così carismatico non mantenesse la parola data?

Ci pensò e ripensò. Poi insieme con Pierre Lagaillarde, passò il Rubicone della rivolta. Aderì al Front National Français, il primo movimento pro-Francia. Venne eletto presidente degli universitari di Algeri. Nel gennaio 1960 fu con Lagaillarde (sopra, nella foto con Susini) e Joseph Ortiz uno dei protagonisti delle barricade a Bab el-Oued. Poi la svolta. Il 19 dicembre 1960 l’incontro col gen. Raoul Salan all’hotel Princesa di Madrid. Lui ha 27 anni, Salan 60. Il generale è colpito dall’intelligenza di Susini, dalla sua preparazione ideologico, dalla sua spregiudicatezza politica, dalla sua straordinaria capacità comunicativa.

Il 20 gennaio 1961 Susini e Lagaillarde decidono a Madrid di dar vita all’OAS.

Comincia un’altra storia. Che è di tutti, algerini e francesi, filofrancesi e antifrancesi, e diventa storia di tutti gli europei.

Storia drammatica, feroce, spietata. L’altro ieri, 5 luglio, erano 55 anni che il FLN aveva massacrato a Orano tremila persone, molti i bambini.

Massacro contro massacro. Attentato contro attentato. Insomma il copione bestiale della guerra.

Susini se ne è andato il 3 luglio, qualche giorno prima di compiere 84 anni. Aveva rimesso il piede in politica nel 1997 presentandosi col Front National di Jean-Marie Le Pen a Marsiglia. Al secondo turno aveva raccolto quasi il 46 per cento dei voti. Quella sera sorrise. La PACA era ancora la terra dei pieds-noirs e degli harkis. Non lo avevano dimenticato. Non avevano dimenticato quel che aveva fatto per loro.

Scrisse il primo volume della “Histoire dell’OAS” per i tipi di una delle più prestigiose case editrici francesi, la Table Ronde, collana “Taglaïts”. Aveva raccontato appena tre mesi, maggio giugno e luglio 1961 e ne era venuto fuori un solo volume. Ce n’era ancora parecchio da dire. Per esempio i suoi anni da clandestino in Italia. A Roland Laudenbach, l’editore, che amichevolmente lo pressava per completare l’opera, disse ripetutamente di no. Anche per un protagonista duro come lui era difficile andare avanti. Anche in privato non amava molto raccontare e raccontarsi. Solo qualche cenno all’ottimo caffè e ai dolci al miele del bar di piazza Abd el-Kàder, nel cuore di Algier la blanche.

Per lui e di lui parlano i fatti. Per alcuni si tratta dell’ultima epopea dell’Europa. Per altri della fine del colonialismo del Vecchio Continente.