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30 marzo 1926. Nasce Ingvar Kamprad. Sarà il fondatore e il proprietario dell’impero IKEA e ieri ha compiuto 90 anni.
Nato in una famiglia possidente di agricoltori con una bella e vasta fattoria in una contea meridionale della Svezia, iniziò giovanissimo, ad appena 18 anni, una modesta attività imprenditoriale, vendendo materiale da cancelleria per corrispondenza dopo aver dato vita ad un marchio, l’IKEA, acronimo delle iniziali del suo nome (I)ngvar (K)amprad associate al nome della fattoria di famiglia (E)imtaryd e a quello della frazione del comune di Pjatteryd nella quale era nato (A)gunnaryd.
Una scelta fortunata che, passo dopo passo, portò al primo salto organizzativo nel 1951 con l’apertura del primo magazzino di vendita e al successivo importante nel 1963 con una filiale di vendita norvegese dell’IKEA, a Oslo. Poi, un successo dopo l’altro, con magazzini aperti ovunque nel mondo, anche in Cina.

Oggi l’azienda conta più di 300 punti vendita e 140.000 dipendenti; il suo patrimonio personale lo rende uno degli uomini più ricchi al mondo. Con un problema, quello della successione, decisione trascinata a lungo, fino a tre anni fa quando decise di lasciare l’impresa al figlio minore, Mathias (oggi di 47 anni).
Tutto (quasi) normale ma con alcuni problemi, uno arrivato avanti con l’età, l’alcoolismo che lo costrinse a disintossicarsi in una clinica specializzata e un’altro deflagrato in età adulta ma che aveva le sue origini nella sua adolescenza, la militanza politica. Una nonna e il padre furono all’origine del suo sogno dell'”uomo nuovo” del XX secolo.
Giovanissimo aveva fatto parte della Nordisk Ungdom, la Gioventù Nordica, nata nel 1933; una delle innumerevoli organizzazioni giovanili che ovunque in Europa – ma si potrebbe dire nel mondo, dal Canada alla Cina -, subendo il fascino delle parole d’ordine, dell’estetica e dell’ideologia dei principali movimenti fascisti o nazionalsocialisti al potere in alcune nazioni e in procinto di conquistarlo in altre, raccoglievano masse giovanili entusiaste di indossare una camicia militare (nere, brune, grigie, verdi, azzurre, …..), sventolare vessilli e marciare sul selciato delle città o nei boschi.
Alla iniziale esaltazione adolescenziale nella vita di Kamprad subentrò la scelta politica più moderata. A fronte di un ventaglio di movimenti svedesi nazionalsocialisti, in concorrenza tra loro e difficilmente distinguibili uno dall’altro, impegnati soprattutto a preparare una rivoluzione svedese sulla scia di quella tedesca, Kamprad scelse il più modesto movimento filo-fascista, che guardava più all’Italia che alla Germania, il Nysvenska Rörelsen (NR, Movimento per la nuova Svezia), fondato il…. 28 ottobre 1930 (chiaro in questa data il riferimento al suo legame con il fascismo italiano), a sua volta erede dello Sveriges Nationella Förbund (Movimento Nazionale Svedese), partito radicale di destra fondato addirittura nel 1915.
Leader del Nysvenska Rörelsen era Per Engdahl, un dirigente politico e un movimento destinati a lunga vita visto che gli ultimi successi li ebbero negli anni ’50 e ’60 tra gli studenti delle Università svedesi, in particolare quelle di Uppsala, Lund e Stoccolma, e in ambienti culturali. Tra i dirigenti di spicco c’era anche Erling Rudkilde, uno dei più noti psicoanalisti svedesi e nel 1970 Göran Englund, un dirigente del movimento e docente nell’Università di Lund fondò addirittura un Centro internazionale del Corporativismo.
Come non era un movimento nazista prima e durante la guerra, il NR non fu neonazista nel dopoguerra, iscrivibile piuttosto nell’area del neofascismo, non solo per i suoi riferimenti ideologici e per le nostalgie storiche, ma anche per i suoi legami europei, scarsi con i gruppi scandinavi (più vicini al neonazismo) ma ben solidi con gli altri, in particolare con i francesi, gli inglesi e gli italiani del MSI, ai cui congressi il Nysvenska Rörelsen inviava delegazioni (e a volte porgeva i camerateschi saluti svedesi dalla tribuna congressuale lo stesso Engdhal).
Nel maggio 1951 fu proprio questo movimento a ospitare a a Malmö, in Svezia, la riunione di fondazione del Movimento Sociale Europeo, nel quale una quarantina di movimenti, partiti e gruppi europei neofascisti cercarono – inutilmente – di darsi una struttura continentale, destinata a restare solo sulla carta e ad avere vita breve. Del resto, di lì a poco, nel settembre dello stesso 1951, anche i gruppi neonazisti europei cercarono di federarsi nel Nuovo Ordine Europeo, in una riunione di fondazione a Zurigo. Da quel momento le due strutture furono più impegnate a rivaleggiare tra loro che a far politica.
Anche se marginalmente, in questo mondo si mosse prima della guerra Ingvar Kamprad, un mondo, nel quale – non si può non sottolinearlo – era schierata una larga parte dell’ambiente intellettuale svedese e del resto della Scandinavia. Il rapporto di amicizia con il più anziano Engdhal si mantenne saldo fino al 1994 quando Engdahl morì.
Nello stesso anno però scoppiò lo scandalo Kamprad-IKEA. Il Centro Simon Wiesenthal, impegnato a tempo pieno nella caccia agli ex nazisti mise nel suo mirino anche lo svedese e lanciò una campagna internazionale.
Può capitare che accendendo un fuoco e alimentandolo incontrollabilmente si produca un incendio, e con falò, non solo mediatici, finì a metà degli anni ’90 il boicottaggio.
Preoccupato per la piega che aveva preso la vicenda per la sua azienda, Kamprad prese una serie di iniziative pubbliche con le quali, pur non negando la sua militanza passata, tendeva a ridimensionarla come frutto di esuberanza giovanile; Kamprad, ritenne addirittura di dover giustificarsi inviando una lettera ai 25.000 suoi dipendenti di allora.
Nel 2008 pubblicò una autobiografia nella quale definì quel suo, peraltro modesto impegno politico, per quanto se ne sapeva, un, errore giovanile, una “vergogna”. Nonostante le sue abiure, la comunità ebraica americana mantenne le sue posizioni di ostilità. E in quell’anno, in una intervista televisiva gli scappò una pericolosa battuta, quando confermò le sue simpatie giovanili per la “Kooperative Idee” di Mussolini.
Ma con il passare degli anni, il ricordo di un Kamprad “nazista” (perché nel crescendo delle accuse a questo epiteto si era arrivati) sbiadì, anche grazie alle sostanziose donazioni per iniziative artistiche come la costruzione di un anfiteatro a Losanna – in Svizzera si era trasferito con la moglie – e le ricchissime borse di studio (milioni di franchi svizzeri) per giovani designer.
Anche gli incendi dei suoi magazzini erano cessati e ne aveva aperti anche due in Israele quando, nel 2011 una ricercatrice svedese, Elisabeth Aasbrink, pubblicò una biografia di Kamprad con documenti provenienti da archivi di Polizia e dei Servizi segreti che prolungavano – contrariamente alle sue dichiarazioni ai tempi della campagna contro di lui – la sua attività militante di molti anni dopo la fine del conflitto, secondo i quali egli, non più giovanissimo, continuava ad essere iscritto al Nysvenska Rörelsen.
E la sarabanda riprese. Ripresero pure gli incendi, come a Milano, come a Netanya in Israele. Non si sfugge dal proprio passato se è stato dalla “parte sbagliata”.
In ogni Paese, a elencare personalità di fama internazionale nel dopoguerra ma con un passato ingombrante se ne potrebbero riempire antologie, dai Premi Nobel per la Letteratura Günter Grass (ex Waffen-SS) e Dario Fo (ex parà della RSI) a – per restare in ambito svedese – Gunnar Jarring, mediatore dell’ONU negli anni ’70 ma ex militante nello Sveriges Nationella Forbund e candidato “fascista” alle elezioni politiche svedesi del 1936, oppure Per Olof Sundman, scrittore (considerato una specie di Hemingway nordico), membro dell’Accademia di Svezia e deputato al Parlamento svedese nel Partito di Centro fino a ridosso degli anni ’80 ma ex militante della Nordisk Ungdom, la Gioventù Nordica della quale aveva fatto parte anche Kamprad.
In ambito italiano, di recente Mirella Serri con “I redenti”, Pierluigi Battista con “Cancellare le tracce”, e altri, hanno ben focalizzato questa metamorfosi collettiva (“un passato da demonizzare e un presente mitizzato”) nella quale sono finiti i Pratolini, i Piovene, i Luzi, i Montanelli……

Ma la questione si potrebbe estendere alle nazioni, come la stessa neutrale Svezia (e senza dimenticare la neutrale Svizzera) che aveva molte cose da farsi perdonare, basti pensare all’aiuto dato allo sforzo bellico del Reich fornendogli un quarto dell’acciaio e altro materiale ferroso necessario per gli armamenti tedeschi, proveniente dai giacimenti nordici di Luleå, oppure consentendo il transito ai militari tedeschi armati da e per la Norvegia nonché il rifugio nelle sue acque territoriali alla flotta germanica inseguita dai sommergibili britannici.
In ultima analisi, come tutti coloro che prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale, fecero parte delle organizzazioni in qualche modo riconducibili alla parte che dopo la sconfitta fu segnata dal marchio dell’infamia, anche Kamprad dovette fare i conti con la situazione di schizofrenia di massa che si era prodotta: i sogni del proprio impegno, spesso di gioventù ma per molti anche di maturità gravati del peso del martellamento dell’onta ricordata tutti i giorni in mille modi.
E’ sintomatica la confessione del regista svedese Ingmar Bergman, scritta nella sua autobiografia, una esperienza che può valere per moltissimi: “Gridai come tutti gli altri, stesi il braccio come tutti gli altri, ululai come tutti gli altri, amai come tutti gli altri. (…) Il giorno del mio compleanno la famiglia mi fece un regalo: una fotografia di Hitler. (….) E io lo amavo. Per molti anni fui dalla parte di Hitler, mi rallegrai dei suoi successi e provai dolore per la sua sconfitta. Mio fratello fu uno dei fondatori e degli organizzatori del partito nazionalsocialista svedese, mio padre votò più volte per i nazionalsocialisti. Il nostro insegnante di storia era entusiasta dell’antica Germania, quello di ginnastica andava tutte le estati agli incontri ufficiali in Baviera, alcuni preti della parrocchia erano criptonazisti, i più intimi amici della mia famiglia manifestavano forti simpatie per la nuova Germania. Le testimonianze dei campi di concentramento furono per me un colpo, dapprima la mia ragione non volle accettare quel che i miei occhi registravano. Come molti altri definii quelle immagini menzogne manipolate dalla propaganda. Quando infine la verità prevalse sulla mia resistenza fui preso dalla disperazione, e il disprezzo di me stesso – che già m’opprimeva – si rafforzò fino a superare il limite del sopportabile. Solo molto più tardi capii d’essere, nonostante tutto, piuttosto innocente”