Il papello, le stragi, i contatti con il mondo politico. Giovanni Brusca racconta la sua verità al processo sulla presunta trattativa tra Stato e mafia e rivela particolari inediti. Coperto da un paravento e dagli agenti del Gom, così come prescrivono le procedure relative alle testimonianze dei pentiti di mafia, l’ex boss di San Giuseppe Jato ha deposto ieri e questa mattina davanti ai giudici di Milano. Tra le toghe spicca l’assenza del pm Nino Di Matteo, al quale i colleghi della Procura di Palermo hanno sconsigliato la trasferta lombarda per motivi di sicurezza. Le minacce sussurrate in carcere da Totò Riina ad un compagno di cella hanno messo in allerta investigatori e magistrati, e così il livello di attenzione sul magistrato palermitano è stato elevato al massimo grado.

Tornando alla testimonianza di Brusca, emerge dalle sue parole un quadro in cui i confini tra Cosa nostra, apparati dello Stato e politica sono sempre più labili. Innanzitutto le stragi. Nel pomeriggio di ieri il pentito ha confermato quello che anche altri collaboratori di giustizia avevano rivelato in passato. Dall’omicidio di Salvo Lima in poi, inizia la vendetta di Cosa nostra nei confronti della classe politica che aveva “tradito” le promesse o non soddisfatto le aspettative dei padrini. Insieme all’eurodeputato Dc, Martelli, Mannino, Vizzini, Purpura sarebbero entrati nel mirino dei killer, ma il vero colpo mortale al sistema furono Capaci e via D’Amelio. Con l‘uccisione del giudice Giovanni Falcone, Totò Riina mise traumaticamente fine alle aspirazioni politiche di Giulio Andreotti, allora candidato alla presidenza della Repubblica. “La strage di Capaci fu accelerata per influire sulla nomina del presidente della Repubblica” – ha raccontato Brusca. L’ex boss ha rivelato anche delle divergenze tra Riina e Provenzano su dove uccidere il giudice Giovanni Falcone, che inizialmente doveva essere assassinato a Roma. Riina, decise invece che doveva essere ucciso a Palermo e incaricò proprio lui di procedere “con mille chili di esplosivo”, perché chi doveva farlo “stava perdendo tempo”. Sempre secondo il racconto del pentito, la decisione di uccidere Falcone fu presa nel 1991 da Totò Riina che nel corso di una riunione “disse che dovevano morire tutti”.

I magistrati erano il primo obiettivo di Cosa Nostra, a cui dovevano seguire i politici. “Si parlò – ha dichiarato il collaboratore – anche di ‘rompere le corna’ ad Andreotti, non nel senso di ammazzarlo ma di metterlo in difficoltà, di rovinarlo politicamente, non facendolo diventare presidente della Repubblica: e abbiamo vinto”. Dopo le stragi il terrore, lo Stato in ginocchio, arrivano, secondo Brusca, gli approcci con le istituzioni. Il “papello” inviato da Riina, la risposta degli uomini ai vertici delle istituzioni. “Circa 20 giorni dopo l’attentato a Giovanni Falcone, Totò Riina mi disse ‘si sono fatti sotto, mi hanno chiesto cosa vogliamo per finirla e io gli ho consegnato un papello così’. Era contentissimo. Riina non mi disse a chi aveva dato il papello ma mi fece capire che alla fine era andato a finire a Mancino (allora ministro dell’Interno ndr)”. Secondo Giovanni Brusca, Riina gli avrebbe fatto capire che alcuni esponenti delle istituzioni, dopo gli omicidi eccellenti del ’92 avrebbero chiesto al padrino di Corleone in cambio di cosa avrebbe fermato la stagione delle stragi. E Riina avrebbe risposto consegnando il papello, il documento con le richieste di Cosa nostra allo Stato.

Il pentito di San Giuseppe Jato ha poi rivelato un particolare inedito dei rapporti sui rapporti e i dissapori interni alla cupola mafiosa:”Parlando della strategia stragista Bagarella mi disse di andare avanti. Provenzano era perplesso e chiese come l’avrebbe giustificato con gli altri. Bagarella provocatoriamente rispose: ‘ti metti un cartello con scritto: io non so niente’”. Dopo l’elaborazione del “papello” Cosa nostra nel ’93 decide di forzare ancora di più la mano, per questo la strategia della tensione si sposta nel Continente. L’attentato dei Georgofili, via Fauro, il fallito attentato all’Olimpico, tutti segnali che avrebbero dovuto piegare definitivamente il governo alle richieste della mafia. Un “dialogo” a distanza, quello tra boss e uomini delle istituzioni, di cui la sinistra allora al governo era perfettamente consapevole e partecipe, secondo Brusca.

Poi, nel passaggio tra la prima e la seconda Repubblica Cosa Nostra si trova a corto di referenti e decide di rivolgersi a Marcello Dell’Utri, allo scopo di agganciare  Silvio Berlusconi. “Un giorno, mentre mi trovavo a Partinico, lessi su L’Espresso un articolo che parlava dei rapporti di Vittorio Mangano con Dell’Utri, Berlusconi e Confalonieri. Così – ha rivelato Brusca – ne parlai a Bagarella e decidemmo di chiedere a Mangano, che era il reggente del mandamento di Porta Nuova, se poteva portare le nostre richieste a Dell’Utri e Berlusconi”. Il pentito ricorda che di avere detto a Mangano che proprio le notizie sul coinvolgimento di uomini della sinistra sulla trattativa,potevano essere usate politicamente. “Mangano capisce, e con questo bagaglio di conoscenza parte nel giro di tre giorni per Milano”. Nella ricostruzione dell’autore della strage di Capaci, lo stalliere di Arcore incontra Dell’Utri nella sede della società di pulizie di un certo Roberto, che lavorava anche per Fininvest. Secondo Brusca le richieste erano sia immediate, ossia l’attenuazione del regime di carcere duro, che più di lungo respiro, ovvero la ricerca di un nuovo referente politico. “Una decina di giorni dopo ci ritrovammo con Bagarella, a Partinico, e Mangano ci disse che aveva parlato con Dell’Utri e che lui era molto soddisfatto di quest’incontro. Ovviamente il nostro obiettivo era arrivare a Berlusconi”, ha sostenuto il pentito, che ha proseguito: “Successivamente Mangano fece sapere ai vertici di Cosa nostra che Berlusconi era atteso a Palermo per un comizio, credo per le politiche del ’94, e il capo del mandamento di Porta Nuova propose come luogo dell’incontro un ristorante sulla circonvallazione di Palermo: l’incontro avrebbe dovuto tenersi nello scantinato di questo ristorante, per ragioni di privacy, ma non so se avvenne davvero”, ha ammesso Brusca.