Il 16 ottobre 1984, sul molo del porto di Bari avvenne un’insolita cerimonia. Il ministro della Difesa di allora, Giovanni Spadolini e le massime autorità della Marina Militare convocarono tutti i parenti prossimi dei marinai scomparsi nell’affondamento del sommergibile Scirè al largo di Haifa, odierna Israele, nell’agosto del 1942, durante una missione di guerra.

Lo Scirè fu protagonista di uno degli episodi di più grande ardimento nella storia della Seconda Guerra Mondiale : i suoi uomini , agli ordini del comandante Junio Valerio Borghese ed inquadrati nella X Mas, violarono le difese del porto di Alessandria d’Egitto, nel dicembre 1941 ; dal sommergibile partirono quei piccoli mezzi subacquei, chiamati “maiali”, con a bordo due incursori che piazzarono degli esplosivi sulla chiglia di due corazzate britanniche, la Queen Elisabeth e la Valiant. Le due navi vennero fortemente danneggiate e rese inagibili per gran parte del conflitto.

Il grande coraggio e la spregiudicatezza di quegli uomini stupì il mondo tanto che ancora nel 1993 l’ammiraglio R.C. Smith della Marina statunitense , riferendosi ai veterani dei mezzi e dei nuotatori d’assalto italiani, scrisse :” Nessuno degli appartenenti ai “Seals”, corpo speciale della US Navy, può disconoscere come voi, della Decima Flottiglia Mas, siate stati i pionieri di questa specializzazione. Quelli che tra noi vi hanno emulato considerano in effetti il vostro comportamento eroico, la vostra capacità operativa e i vostri concetti innovativi, quali pilastri fondamentali su cui si basa la loro attività”.

Nell’estate del 1984 la nave d’appoggio Anteo, della nostra Marina Militare, aveva recuperato i miseri resti dell’equipaggio dello Scirè: poche ossa indistinguibili, rimaste sul fondo del mare per più di quarant’anni.

Quel giorno a Bari, le autorità volevano restituire ai parenti quel che restava dei corpi dei loro congiunti, ammantando la cerimonia di dichiarazioni ridondanti amor patrio.

I parenti si commossero perché ancora qualcuno si ricordava di quell’eroico equipaggio, perché poterono incontrarsi e condividere le loro emozioni, ma al momento della consegna di quei piccoli cofanetti ricoperti di velluto la perplessità fu il sentimento dominante.

Fu Gino Pacella , presidente dell’Associazione Marinai d’Italia, a rendersi interprete per primo di quell’imbarazzo, chiedendosi :” Valeva la pena sprecare tanto tempo e tanti soldi per recuperare solo delle ossa ?”. “Un gesto d’amore, certo, ma la nostra tomba è il mare ” aggiunse Edoardo Ricciardi, ex sommergibilista e fratello di uno dell’equipaggio “ Sono sicuro che i nostri morti di Haifa avrebbero preferito riposare sotto le onde.”

C’è un motto nel sacrario militare di Edimburgo, in Scozia, che spiega meglio di ogni altro l’attaccamento al mare di tutti i marinai del mondo : “They have no other grave than the sea.” ( non ebbero altra tomba che il mare ).

Ora facciamo un grande salto, in basso ,molto in basso, arriviamo ai giorni nostri ed incontriamo Matteo Renzi, un uomo piccolo , molto piccolo, con i suoi deliri di onnipotenza.

Il 18 aprile del 2015, un barcone con a bordo circa 700 uomini, stipati a più non posso nella stiva, affondò al largo della Sicilia. Il “ barcone della morte” come fu definito, rimase per quasi due anni a 370 metri di profondità con il suo carico di immigrati, affogati senza via di scampo al suo interno.

L’allora premier decise che quel barcone si sarebbe dovuto recuperare, i corpi avrebbero dovuto avere un nome ed una dignitosa sepoltura. Quello che restava dello scafo sarebbe diventato un simbolo, un monumento al sacrificio dei migranti ; Renzi progettò addirittura di piazzarlo sul sagrato del Duomo a Milano, in occasione della visita di papa Bergoglio nella città.

Il recupero del barcone non fu affatto semplice ; solo dopo diversi tentativi si riuscì a riportarlo alla superficie, con un costo intorno ai dieci milioni di euro.

Poi il relitto fu trasferito in un hangar, refrigerato, nella base militare di Melilli, in Sicilia.

Qui si compì una vera e propria crudele violenza nei confronti di chi fu incaricato di estrarre quei corpi , i Vigili del Fuoco. Immaginiamoci un’immensa ed informe gelatina in cui centinaia di resti umani , mischiati tra loro, in gran parte decomposti, dovevano essere divisi in una qualche maniera. Per dieci euro all’ora, questi uomini, “usi ad obbedir tacendo”, dovevano entrare in quell’inferno dantesco, rischiando di ferirsi con frammenti di ossa e di contrarre infezioni gravissime ; il trauma psichico in persone non preparate a questa incombenza, deve essere stato tremendo. Molti di loro si porteranno le immagini drammatiche ed indelebili di quel groviglio di corpi disfatti per il resto della vita.

Alla fine di quel triste lavoro, i resti dei migranti vennero, in gran parte casualmente, impacchettati in un numero di 675 “body bags”. Conclusa questa operazione , Renzi annunciò che avrebbe avviato l’identificazione dei resti con il DNA, affidata agli istituti di medicina legale delle Università siciliane ; il costo era valutato in altri dieci milioni di euro.

Naturalmente non si arrivò a capo di nulla, perché nessuno dall’Africa si fece vivo per dare informazioni o per chiedere di riavere il corpo di un loro congiunto ; nessuno chiese di poter sapere se ci fosse una tomba dove piangere un loro parente. Al termine di questa assurda operazione si trova traccia di qualche tumulo sparso tra i cimiteri di Sicilia e Calabria, il numero maggiore di salme si pensa sia sepolto in qualche fossa comune, non si sa dove.

Il relitto non è andato né a Milano in piazza Duomo, né altrove ed adesso ci si chiede cosa si sarebbe potuto fare con venti milioni di euro ; quante case per i terremotati, quanti migliorie negli ospedali, quanti interventi per la tutela dell’ambiente. Renzi non ha dovuto render conto di questo ennesimo fallimento ad alcuno.

Il mare con le sue onde avrebbe cullato i corpi di quegli uomini partiti dall’Africa, così come ha sempre fatto con tutti i marinai che nei secoli lo hanno solcato e talvolta sfidato. Il mare sa essere pietoso, sa vincere sulla stupidità umana.