Dal 1846 a Milano e in Lombardia prende sempre più forza la corrente moderata che, convinta dall’esperienza albertina nel vicino Piemonte, inizia ad immaginare la costruzione di un ipotetico Stato dell’Italia settentrionale raccolto attorno al re di Sardegna. L’idea nazionale, seppur nebulosa ma ben propagandata da Massimo D’Azeglio — valente scrittore, ottimo politico e, per di più, genero di Manzoni —, guadagna numerosi consensi nell’oligarchia cittadina. Nei loro circoli, patrizi e imprenditori come Carlo D’Adda, Vitaliano Borromeo, Stefano Jacini, Alessandro Porro disegnano programmi miranti ad una soluzione pacifica e non traumatica, fatta di caute riforme e accordi tra principi italiani. Pur di evitare sconvolgimenti, si spera in una mediazione delle grandi potenze per un possibile ritiro dell’Austria dal Lombardo Veneto in cambio compensi territoriali ad Oriente o in Balcania. Illusioni…

Al netto di tante speranze e troppi miraggi, rimane però un dato certo. A metà degli anni Quaranta l’aristocrazia e la borghesia lombarda hanno trovato finalmente un paradigma politico a loro congeniale e funzionale: il moderatismo sabaudo; solo una parte si mantiene in posizione di sospetto: non per fedeltà all’impero, ma perché convinta della superiorità economica e civile della Lombardia sul Piemonte sabaudo. Su posizioni opposte rimane l’area democratica, composta essenzialmente da giovani come Pietro Maestri, Enrico Cernuschi, Francesco Brioschi, Gaetano e Giovanni Cantoni e, per un periodo, da Cesare Correnti. Fedeli all’eredità della Giovine Italia, i repubblicani auspicano una rivoluzione di popolo. Carlo Cattaneo, critico sull’ipotesi piemontese e scettico sulle possibilità dei democratici, sfida l’impopolarità e preferisce isolarsi.

Il dibattito tra le diverse anime del piccolo mondo politico lombardo diventa presto acceso. A sparigliare un’altra volta le carte del destino arriva però l’elezione il 21 giugno 1846 del conte Giovanni Maria Mastai Ferretti al soglio pontificio. È l’ora di Pio IX e del mito neoguelfo. Anche a Milano.

 

LA TEMPESTA SI AVVICINA

 

«A me pare che gli italiani siano impazziti», scrive l’11 settembre 1846 l’incredulo Mazzini alla madre. L’ombroso rivoluzionario non si capacita degli entusiasmi sollevati dall’insperata figura del “Papa liberale”. Non è l’unico. Dal suo ufficio viennese, anche Metternich si preoccupa. L’Italia rumoreggia. Da Roma a Genova, da Firenze a Torino le piazze, inneggiando al Pontefice e alla sua timida politica riformista, iniziano a muoversi.

Nel ’47 la situazione in Lombardia è tesa: i cattivi raccolti hanno immiserito i contadini e colpito i ceti più deboli; per evitare sommosse popolari il governo è stato costretto a misure d’emergenza e vieta l’esportazione di grano. Ad aprile, in una Milano malcontenta e inquieta, arriva la nomina papale del nuovo arcivescovo, l’italiano Carlo Bartolomeo Romilli che succede all’austriaco Karl von Gaisruck. La notizia assume da subito una decisa valenza politica e per tutta l’estate si susseguono manifestazioni “legali” in favore di Pio IX. Il podestà Casati — incalzato dal partito “albertino” — incoraggia i dimostranti, mentre polizia osserva, tollera, s’innervosisce, ma non interviene. I problemi sorgono alla vigilia del 5 settembre, data prevista per l’entrata solenne di monsignor Romilli in Duomo: le autorità, infastidite dalla fastosità dell’apparato scenografico allestito davanti all’arcivescovado, impongono agli organizzatori un rinvio all’otto.

La tensione sale. Tre giorni dopo i milanesi, decisi a festeggiare Romilli, si compattano in grandi cortei e si dirigono in massa verso la cattedrale. Davanti al Duomo le guardie tentano di bloccare la manifestazione, la folla reagisce e gli austriaci caricano sguainando le sciabole. Alla fine della giornata si contano un morto, Ezechiele Abate, e sessanta feriti, fra cui molte donne. Gli scontri, continuano, con uguale intensità, anche l’indomani. La città è in stato d’assedio.

Come nota Della Peruta «i fatti del 8 e 9 settembre costituirono uno spartiacque nella sequenza degli avvenimenti che culmineranno nelle Cinque giornate. Quegli avvenimenti dimostrarono infatti che l’ostilità verso gli austriaci era ormai divenuta un fenomeno di massa e che la coscienza nazionale andava estendendole proprie radici anche fra i ceti popolari di Milano. Inoltre la risolutezza dimostrata da una parte della popolazione nell’opporre una resistenza che non fu solo passiva all’aggressione poliziesca incoraggiò i più animosi fra i promotori del movimento antiaustriaco a raddoppiare gli sforzi e a serrare le fila dell’organizzazione sotterranea in vista di un possibile confronto armato» (F. Della Peruta, op.cit.).

L’autunno milanese del ’47 è cupo. Dopo gli incidenti di settembre, il vicerè Ranieri d’Asburgo si ritrae dalla scena e, invece di gestire la crisi con le arti della politica, sceglie con imbarazzo la strada della repressione poliziesca. Il tenue filo dell’equilibrio si rompe e gli austriaci imboccano una strada senza ritorno; l’arciduca, personaggio forse modesto ma equilibrato, ne è consapevole come il governatore civile conte Spaur, ma ambedue non possono sottrarsi agli ordini dell’imperatore che prevedono, per la primavera successiva, un intervento armato per normalizzare la penisola e, probabilmente, una guerra contro il suo consuocero, il re di Sardegna.

L’inasprimento dei controlli polizieschi e l’incombere ossessivo della censura non demotivano la città ma, anzi, ne inaspriscono la determinazione e la volontà. L’ostilità di Milano verso l’Austria è ormai aperta e chiara. Lo conferma nel Natale ’47, il successo dello sciopero del fumo e del lotto indetto dai circoli democratici: è un’azione dimostrativa — ispirata al tea party bostoniano del 1773 — per protestare, boicottando l’erario, contro le imposizioni imperiali. L’idea si rivela vincente, in pochi giorni i milanesi cessano di fumare. Improvvisamente, come ricordava Cesare Correnti, “nessuno si vide più col proscritto sigaro” e “tutti si vigilavano e si guardavano come sentinelle in fazione”. Gli austriaci reagiscono provocando: alla truppa in libera uscita si comanda di passeggiare fumando ostentatamente sigari. I soldati obbediscono e si divertono a infastidire i passanti che reagiscono. Dappertutto scoppiano incidenti. Il 3 gennaio i militari perdono ogni controllo e si accaniscono sui civili. Una carneficina. Sei morti, 40 feriti, fra uomini, donne e bambini sono il tragico bilancio ufficiale. Indignato, D’Azeglio scrive d’impeto i Lutti della Lombardia, un durissimo atto d’accusa contro le autorità asburgiche che commuove l’opinione pubblica di tutta Italia.

Per tutta risposta Metternich affida al fido Radetsky nuove truppe e — soprattutto — un informale mandato politico. Mentre il vicerè è ufficiosamente esonerato, la polizia chiude i circoli non conformisti, arresta i sospetti ed espelle gli stranieri indesiderati; nel frattempo il genio militare erige intorno al Castello un muro di fortini di legno e mattoni dal lato della città. Il destino del Lombardo Veneto austriaco passa nelle ruvide mani del miglior generale dell’impero. La rivoluzione è ormai alle porte.

 

LA RIVOLUZIONE

 

Vienna, 13 marzo 1848. Gli imperiali piani di normalizzazione degli inquieti domini italiani, ivi compresa una rapida campagna contro il fastidioso regno Sardo s’infrangono contro la realtà. Nella mattinata un imponente corteo di studenti, borghesi, artigiani e operai invade le strade di Vienna chiedendo libertà di stampa e di parola, meno tasse e una costituzione. L’imperatore Ferdinando “il buono” cede e promette un parlamento elettivo. La stessa sera Metternich si dimette.

A Milano la notizia arriva nella giornata del 17, ma già all’alba un corteo di carrozze, con a bordo il Ranieri, i famigliari, Spaur e gli attendenti, ha abbandonato la città. Il potere asburgico tracolla. Restano in città, in rappresentanza di un potere ormai incerto, solo il vice governatore Heinrich O’Donnel e Radetzsky con le sue truppe.

A fronte della repentina crisi austriaca, sia i moderati che i democratici decidono di intervenire. Il 18 marzo — la prima delle Cinque giornate — «due cortei muovono verso il Palazzo del Governo, sito in borgo Monforte: giunge per primo quello armato con pistole e pugnali e raccolto da Cesare Correnti. Il chierico Zaffaroni abbatte una sentinella, l’altra fa fuoco ma viene sopraffatta. La folla travolge il corpo di guardia, penetra nel palazzo e distrugge tutto, prendendo prigioniero il massimo rappresentante civile del potere austriaco, presente in città, il vice governatore O’Donnel. Giunge poi il podestà, Gabrio Casati, col delegato provinciale (oggi diremmo prefetto), con l’assessore Giuseppe di Belgioioso, futuro fondatore del movimento cattolico in Lombardia, e infine l’arcivescovo Romilli: tutti italiani. Quel tanto di potere locale, che l’Austria della Restaurazione ha permesso, prende il posto dell’Imperial regio Governo, disarma la polizia e assume su di sé il controllo della città. Le campane suonano a stormo» (Giorgio Rumi, op.cit).

Un successo pieno ma gli insorti non hanno previsto la reazione del feldmaresciallo Radetzky. Il vecchio soldato boemo pur amando Milano (e le milanesi), è un fedelissimo della dinastia, detesta ogni forma di disordine ed è pronto a dar battaglia. Al tramonto, la città è in stato d’assedio e, padroni della cinta muraria e delle porte, gli austriaci isolano Milano dal suo territorio; la sera i soldati espugnano la sede della Municipalità — il Broletto — e arrestano un centinaio di patrioti. La rivolta sembra domata ma, la mattina dopo, i combattimenti si riaccendono ovunque.

Il 19 marzo la città è un campo di battaglia. Tutto un popolo combatte: uomini, donne, giovani, anziani, ricchi, poveri e persino il clero (i seminaristi di Stoppani e i preti di San Babila e altre parrocchie). Centinaia di barricate, erette con i materiali più vari — mattoni, letti, banchi, botti e persino confessionali, canne d’organo, balle di bollettari, carrozze di corte —, trasformano il centro cittadino e i quartieri in un reticolo inespugnabile: gli austriaci si ritrovano presto in difficoltà, i reparti restano isolati e privi di rifornimenti, alcuni caposaldi iniziano a cedere.

Mentre i combattimenti proseguono senza sosta, i patrioti s’interrogano sul da farsi. Su impulso dei democratici, si costituisce un Consiglio di guerra; sollecitato da Cernuschi aderisce Cattaneo e ne diventa subito l’anima e la mente. A sua volta Casati, preoccupato dalle “derive giacobine”, annuncia che la Municipalità assume “in via interinale” ogni potere ma rifiuta la proposta di proclamare un governo provvisorio. Il podestà e i suoi cercano, almeno in un primo momento, di evitare la rottura definitiva con l’Austria e solo il deciso intervento di Cattaneo impedisce a Casati di accettare le due proposte di tregua offerte dagli imperiali il 20 e il 21 marzo. Consapevole della sua debolezza, il podestà prende tempo e invia messaggi accorati — «dite al Re che confidiamo in Dio e in Lui» — al conte di Castagnetto, segretario particolare di Carlo Alberto.

Dal 20 l’insurrezione, coordinata efficacemente dal Consiglio di guerra retto da Cattaneo, Cernuschi, Clerici e Terzaghi, costringe gli austriaci a ritirarsi gradualmente verso il Castello: i rivoluzionari espugnano Palazzo reale, il Duomo — sulla guglia più alta Luigi Torelli innalza il tricolore —, il Broletto e la direzione di polizia. Anche il contado è insorto: incitati dai loro parroci, migliaia di contadini attaccano i presidi della provincia, bloccano le strade e interrompono le comunicazioni degli imperiali. Il martedì 21, gran parte della città è libera e, nel pomeriggio, cade anche il palazzo del Genio militare, una delle principali roccaforti austriache. Nell’assalto muore Augusto Anfossi, esule nizzardo ed ex generale del pascià dell’Egitto. Il 22 mattina, gli insorti, guidati da Luciano Manara ed Enrico Cernuschi, conquistano lo strategico nodo di Porta Tosa, da allora ribattezzata Porta Vittoria.

Radetzky, ormai asserragliato nel Castello, non s’illude e prepara la ritirata. Il feldmaresciallo ha ancora ai suoi ordini una forza ragguardevole — sedicimila uomini — e potrebbe tentare una controffensiva, ma l’intera Lombardia è ormai in rivolta e l’esercito sardo piemontese è sul piede di guerra. Per evitare l’accerchiamento, la notte del 22 il generale evacua la piazza e s’incammina con il suo esercito verso le sicure fortezze del Quadrilatero; come ricorda Rumi, «non procede però a bombardare Milano, per ragioni di opportunità politica o per una suprema resipiscenza». Ci piace propendere per la seconda ipotesi.

Il 22 marzo Milano è libera. La mattina Casati proclama il Governo Provvisorio e riceve da Cattaneo le dimissioni del Consiglio di guerra. Terminata la battaglia, i rapporti di forza s’invertono. Il podestà, ormai rafforzato dall’intervento di Carlo Alberto, nomina esponenti dell’aristocrazia liberale e ai democratici viene concesso solo un nome, quello di Cesare Correnti. Le distanze tra il partito di Casati — d’orientamento liberale e filo-piemontese — e la corrente repubblicana e federalista sono presto incolmabili.

 

LA SCONFITTA, L’ATTESA

 

Dal marzo all’agosto le vicende belliche e quelle politiche s’intrecciano e si confondono. Si discute e si combatte la guerra regia e la guerra di popolo, ci si divide tra fusionisti e federalisti repubblicani, tra ammiratori di Cattaneo e quelli di Casati. Mazzini fa una fugace apparizione in città, tenta una mediazione in nome dell’Unità ma non convince nessuno, nemmeno i suoi ammiratori. A differenza di Garibaldi che, appena rientrato dal Sud America, sorprende tutti e, con gran irritazione dei generali piemontesi, per qualche settimana arresta la controffensiva austriaca nella Lombardia settentrionale. Tutto finisce il 5 agosto, quando Carlo Alberto rinuncia a difendere Milano e chiede l’armistizio al vittorioso Radetzky. Alla notizia, i milanesi inferociti cercano d’assaltare palazzo Greppi, il quartier generale del sovrano. L’indomani, centinaia di cittadini prendono la via dell’esilio.

Inizia, sotto il ferreo controllo militare, il tempo dell’attesa. Un decennio. Fedeli alle speranze e ai caduti del ’48, i milanesi rimarranno sordi alle lusinghe imperiali, ignoreranno la visita di Francesco Giuseppe nel ‘51 e i tentativi di riappacificazione esperiti da Ferdinando Massimiliano d’Asburgo, l’ultimo rappresentante di Casa d’Austria in Lombardia. Ai funerali di Radetsky, morto nella sua residenza di Villa Reale il 5 gennaio 1858, la Municipalità, sebbene nominata, rifiuta ogni omaggio. La rottura è irreversibile: dopo le Cinque giornate scompare qualsiasi presenza legittimista o “austriacante”.

Ferita e occupata, la città rimane però scettica agli appelli dei mazziniani. Solo pochi, e non tutti convinti, parteciperanno al disastroso tentativo del febbraio del ’53. La congiura — mal organizzata da Giuseppe Piolti de’Bianchi e pessimamente diretta, da Lugano, dal Mazzini — si rivela in poche ore un errore politico e una follia militare. L’ennesima sconfitta offusca gravemente il prestigio del partito democratico e offende il sacrificio di Amatore Sciesa e dei tanti martiri repubblicani. Il Tenca e il Visconti Venosta, gli ultimi referenti credibili, si allontano definitivamente dal sempre più criticato rivoluzionario ligure. Non si placano nemmeno le polemiche tra il professor Cattaneo e il conte Casati. Ambedue in esilio — l’uno nella sua amata Svizzera, l’altro in Piemonte — continuano a detestarsi. La pubblicazione de L’Insurrection de Milan, il durissimo atto d’accusa di Cattaneo contro il ceto dirigente milanese, rappresentato come un’aristocrazia pavida, retrograda, mero strumento dell’espansionismo sabaudo, crea nuove insuperabili fratture.

Nel frattempo, gli eventi avanzano e la politica cavouriana inizia a dare i suoi frutti: il Piemonte di Vittorio Emanuele è nuovamente nei cuori dei lombardi e dei milanesi. La Società Nazionale Italiana, ispirata e finanziata dal governo di Torino, si espande oltre Ticino e organizza una solida rete patriottica a Milano e nel suo territorio.

Si arriva così alla guerra del 1859. Il 4 giugno i franco-piemontesi sconfiggono gli asburgici a Magenta. Il Consiglio municipale assume il controllo di Milano, nell’assenza del governo imperiale, e accoglie trionfalmente Napoleone III e re Vittorio. L’8 giugno la città è infine libera. Termina, senza rimpianti e con pochi rancori, il periodo della dominazione austriaca. Quando apprende la notizia, Klemens Metternich cade svenuto. Pochi giorni dopo si spegne. Un’epoca si chiude.

 

 

da “Il Milanese e l’Unità d’Italia” di Marco Valle,

Touring Club Editore , 2011