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Nella mia vita ho avuto la fortuna di conoscere due sopravvissuti alle fucilazioni di piazza Sicilia, a Milano, nelle giornate radiose del 1945. In circostanze diverse, per motivi non strettamente connessi alla politica, conobbi, tramite i figli , Carlo Benito Guadagni a Roma e Walter Jonna a Milano. Entrambi appartenenti alla Decima Mas, furono tra i pochi sopravvissuti alle fucilazioni di piazza Sicilia a Milano, beneficiati da lampi di umanità e rispetto in quei giorni di odio e vendette. Lampi sì, per il resto infatti tuonò.

Quando li conobbi erano uomini realizzati nella vita e negli affetti, che non nutrivano risentimenti nei confronti di quegli Italiani che fecero altre scelte, piuttosto si impegnarono nella testimonianza di ciò avvenne a chi aderì alla Repubblica Sociale, spesso con motivazioni non ideologiche ma semplicemente affettive o etiche ; non tradire un amico con cui si era combattuto fianco a fianco nella campagna di Russia, onorare un fratello ucciso da mano alleata. Una guerra civile nasconde mille motivazioni nelle scelte di ognuno, ragion per cui la pacificazione , finito il conflitto, rappresenta un dovere civile a cui parte degli Italiani, per calcolo politico, si è sempre sottratta.

Ecco la testimonianza di Walter Jonna dal suo racconto “Inseguendo un sogno” che non troverete in libreria e da cui nessuno trarrà lo spunto per un film.

“Avevo passato la notte del 26 aprile in via Senato in casa della famiglia dell’avvocato Lusardi , ove mi ero rifugiato. La mattina del 27 mi ero procurato una bicicletta. Prima di raggiungere la famiglia fuori Milano, decisi di andare a salutare una persona. Si trattava di un’infermiera che mi era stata molto vicina , come assistente materiale e spirituale, quando , ricoverato nel febbraio del 43 al Centro Mutilati e Invalidi in piazza Bande Nere a Milano, al rientro dal dramma della ritirata sul Fronte Russo, mi sentivo più martoriato nell’anima che non nelle carni.

Nei pressi di piazza Sicilia, dove lei abitava, fui riconosciuto quale ufficiale della “Decima” da un campione di “coraggio” e di malvagità .

Sono stato trascinato nella piazza, percosso da una massa inferocita e stavo per essere finito a colpi di calcio di fucile, quando improvvisamente, facendosi largo tra la folla, comparvero la mia infermiera e un medico, entrambi in servizio presso quella sede del CLN.

Mi sottrassero a fatica da quella calca e mi portarono nella scuola; qui fui rinchiuso tra tanti altri fermati, in una delle aule del secondo piano.

In ogni aula erano ammassati uomini e donne, militari, civili. Tra questi fermati vi erano molte personalità politiche e militari di rilievo. Ogni tanto entravano nelle aule degli armati , prelevavano qualcuno, poi si sentivano le scariche di fucileria nella sottostante piazza. Qualche volta con i mitra alle spalle venivamo spinti alle finestre per assistere alle esecuzioni. Fu così per l’esecuzione di Sandro Giuliani, direttore del Popolo d’Italia. Lo vedemmo contro il muro a mattoni comportarsi con grande dignità e dopo aver ordinato il fuoco, cadere a terra gridando “viva l’Italia, “viva Mussolini”.

Continuava in tutta la scuola , in ogni aula, ad aleggiare il terrore. Di giorno e di notte proseguivano le esecuzioni. Ne ho contate oltre un centinaio. Come altre volte, ad un certo momento, fummo spinti alle finestre, con i mitra alla schiena.

Vedemmo da lontano passare i carri armati americani e la popolazione festante gettare fiori ai soldati.

Questo spettacolo della gente festante, che ricordava lo stesso spettacolo dell’8 settembre 43 e che allora voleva significare l’illusione della fine di patimenti e della guerra senza però comprendere il dramma che portava con sé nella storia del nostro Paese e nel giudizio dei popoli, ci rese attoniti e spaventati. Vedendo quello che succedeva, non credevo ai miei occhi. Mai e poi mai avrei potuto immaginare che gente del mio sangue potesse cadere così in basso : mai avrei potuto pensare ad una assenza così totale di dignità. Quello spettacolo fu un trauma crudele. La gente aveva dimenticato che pochi mesi prima quegli stessi americani, ai quali ora battevano le mani, avevano scientemente bombardato una scuola a Milano, a Gorla, ben lontana da ogni obiettivo militare, uccidendo barbaramente 280 bambini.

Lo avevano fatto per seminare terrore e accelerare così la resa.

Sentivo dentro di me crollare tutti i miei sogni, i miei ideali, la fierezza e l’orgoglio di sentirmi italiano.

(…) Con la visione dei fiori lanciati sui carri armati americani, ancora bruciante negli occhi, mentre il comandante Marco del CLN di piazza Sicilia in un’ennesima concione stava insultandoci e offendendo il nostro onore militare, sentii di non poter più sopportare quanto stava accadendo.

Ho reagito violentemente e con quanta voce avevo in corpo ho replicato urlando :”… noi abbiamo tenuto alto l’onore militare dell’Italia ; ora voi non potete incuterci paura con le armi e con la vostra tracotanza. Vi mostreremo come i veri soldati sanno morire…” ho detto forse tante altre cose che mi sono venute su spontaneamente ; quasi come un senso di liberazione che finalmente prorompeva, riuscivo a dire tutto quello che da ore e ore fermentava dentro di me.

Certamente le mie parole ed il mio comportamento hanno sorpreso. Da quel momento sono stato considerato un personaggio del tutto particolare. Stranamente mi è stato assegnato un avvocato difensore ed è stato organizzata una specie di processo. (…)

Ho ancora oggi penosa perplessità circa quel mandato di difesa. Il suo intervento conclusivo di fronte a quel “tribunale del popolo”, a commento di quante altre cose io ero riuscito a pronunciare, è terminato in questo modo :”…è un giovane che deve essere fatto fuori, ci darà fastidio in futuro…”. Bontà sua , come avvocato difensore.

(…) La mia fucilazione ebbe luogo. Fui portato all’alba contro il muretto a mattoni ; il picchetto destinato all’esecuzione era formato da quattro finanzieri e due partigiani. I quattro finanzieri, comandati da un sergente non spararono. Solo i due partigiani spararono ma fallirono.

Ritengo che le cose siano andate così. Si trattava di militari della Finanza che già avevano prestato servizio nella RSI.

Da quanto ho potuto sapere più avanti dal loro Sergente, il mio comportamento come ufficiale aveva provocato in questi militari della Finanza una specie di particolare esaltazione, stima e solidarietà. In quelle circostanze avvenne qualche cosa di strano e assolutamente imprevedibile .

Essendosi creata una strana “suspense” fui riportato nella scuola in un’aula del primo piano.

Non posso tuttavia dimenticare , in quelle drammatiche ore che precedettero la mia fucilazione, l’incontro con don Angelo Recalcati. Avevo chiesto un prete. (…)

In quelle ore di colloquio con don Angelo, che si conclusero nella comunione in “articulo mortis” ebbe origine un indefinibile stato di grazia e di comprensione reciproca e da allora nacque un rapporto di grande amicizia e stima che è rimasto nel tempo. Lui aveva militato nella Resistenza. Eppure nel nostro drammatico e lungo colloquio in confessione , si originò una grande luce interiore che illuminò lo scambio sincero dei nostri pensieri. (…)

Dopo la fucilazione, mi trovavo, dunque, da solo in un’aula del primo piano della scuola. La porta che dava sul corridoio non era neppure chiusa.

La mia mente era confusa e mi chiedevo cosa stava accadendo e che cosa sarebbe accaduto.

Ma il destino degli uomini deve essere scritto nelle stelle.

Sul fronte Russo, alla fine della drammatica ritirata, ferito e congelato durante i combattimenti a sud di Nikolajewka, ero caduto prigioniero dei russi. Assieme ad altri cinque o sei ufficiali degli alpini, dopo momenti di inenarrabili sofferenze, sono stato buttato contro un muro di un’isba e contro di noi è stato aperto il fuoco a non più di dieci metri di distanza. Avevo perso l’appoggio del muro ed avendo la tibia allo scoperto per lo scoppio di una granata e i piedi congelati, ero caduto in avanti, mentre i russi sparavano all’impazzata ed i corpi dei poveri alpini, falciati dai parabellum, mi crollavano addosso. Da quel dramma ho ereditato una ciocca di capelli bianchi.

In piazza Sicilia mi è accaduto di nuovo di trovarmi contro un muro per una fucilazione, anche da questo dramma ne sono uscito. Non mi aspettavo di venirne fuori ancora e nel modo come è accaduto.

Comparve ad un certo momento nell’aula, dove mi trovavo da solo, la mia infermiera. Mi diede un foglietto. Era un lasciapassare. Mi disse che non era del tutto regolare. Dovevo approfittare di quel momento, era mezzogiorno, sorprendendo la buona fede dei soli due uomini che erano nell’atrio della scuola. Così ho fatto. Di corsa , come mi aveva raccomandato , raggiunsi piazza Giulio Cesare dove ad aspettarmi era ferma un’autoambulanza con due amici medici. Raggiunsi Varese e l’ospedale di Bizzozero dove fui ricoverato clandestinamente. “

Carlo Guadagni, anch’egli sopravvissuto in piazza Sicilia perché il capo partigiano che avrebbe dovuto ordinarne la fucilazione non se la sentì di uccidere un ragazzo, di quella salvezza non era venuto a conoscenza.

Quando i due si incontrarono ad un raduno della Decima, Guadagni vide Jonna e gridò al miracolo, correndolo ad abbracciare come un redivivo, raccontando a tutti la sua storia.

“La fratellanza è il frutto più bello del dolore degli uomini. Nasce nel combattimento, nasce nella guerra, nasce nella prigione. Non nasce, per essere precisi, dalle idee. “ Robert Brasillach

 

da Walter Jonna -Inseguendo un sogno – edizioni Ritter, Milano