La consultazione dell’ 84° volume del “Dizionario biografico degli italiani” ha consentito a me la scoperta, sì, proprio la scoperta di un protagonista delle Resistenza, Alfredo Pizzoni, di cui ignoravo o meglio mai mi ero preoccupato di conoscere l’esistenza e la storia personale.
Curatore della scheda, come mille altre inutilmente chilometrica, è Tommaso Piffer, autore nel 2005 del lavoro “Il banchiere della Resistenza: Alfredo Pizzoni il protagonista cancellato dalla guerra di liberazione”. Pizzoni, decorato della I e della II guerra mondiale, presidente del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia fino al 27 aprile 1945, fu poi accantonato ma premiato, dallo stesso anno fino alla morte avvenuta il 3 gennaio 1958, con la presidenza del “Credito Italiano”.
Nel testo si sottolinea che, dopo aver raccolto i suoi ricordi in un volume, dispose che fossero stampati a venticinque anni dalla scomparsa, nel timore che “i giudizi molto duri su alcuni membri del Comitato potessero in qualche modo danneggiare l’immagine della Resistenza e del movimento partigiano nel suo complesso”.
Incuriosito, l’ho acquistato nella edizione pubblicata nel 1995 da “Il Mulino” e letto con attenzione e riguardo sia al generale che al particolare. E’ intitolato “Alla guida del CLNAI. Memorie per i figli” ed è aperto da un’introduzione di Renzo De Felice, un De Felice sorprendentemente favorevole al movimento di liberazione, ai suoi partiti ed ai suoi uomini, e pieno di critiche e di riserve per il povero Pizzoni.
Lo storico reatino, però, non può fare a meno di sciogliere il nodo dell’ostracismo decretato contro il banchiere per il contenuto di fondo delle memorie, che “portano nuovi e importanti elementi sui rapporti tra il CLNAI e gli alleati e sul problema storicamente decisivo per comprendere veramente le vicende della Resistenza, del suo finanziamento e del nesso che intercorre tra la questione del finanziamento [non poco scottante ] e i rapporti con gli Alleati”.
Proprio questo argomento è ben presente nelle pagine del lavoro con accenni diretti o indiretti e magari involontari agli atteggiamenti di condiscendenza assunti dagli americani e soprattutto dagli inglesi e dalla condizione di subordinazione umiliante in cui erano tenuti i politici italiani, a partire dallo stesso De Gasperi, e dal parallelo aperto favore espresso sempre dai britannici verso i comunisti titini.
Sui giudizi vanno colti e conservati quelli su Bonomi (“gelido e nella ignoranza più completa di quanto facevamo”), su Pertini (coraggioso, ma fanatico e squilibrato”), sugli uomini di partito (“che capeggiavano la lotta”, preoccupati dell’”interesse di parte e solo in linea secondaria mirando al supremo bene del Paese”).
Pizzoni offre questa sintesi degli elementi di punta, chiedendosi come poteva concepirsi un vero affiatamento tra uomini, come, ad esempio “Ferruccio Parri, sempre chiuso, tenebroso e malfidente, Luigi Longo, deciso solo a raggiungere i suoi fini rivoluzionari e internazionali di partito, e Sandro Pertini invasato di un socialismo nel nostro paese disorganizzato e quindi nella lotta praticamente inesistente, e, per di più, preoccupato della situazione personale nel partito e della inefficienza di questo di fronte alla sempre più organizzata marea comunista. E il Partito d’azione, allora così forte e deciso a combattere, che non aveva un vero programma politico, e ondeggiava tra concezioni liberalistiche, diciamo così, di sinistra e vaghi desideri di sopravanzare in riforme sociali, pur mal definite, i più accesi estremisti”.
Sono questi i germi trapiantati e moltiplicatisi nell’Italia “democratica”, capace di realizzare un “miracolo economico” fittizio e precario, ma lontana, sia con la I prima quanto con la II desolante repubblica, dal costruire uno Stato omogeneo e compatto, in linea con le tradizioni e con la cultura nazionali. Errori ed incapacità che continuiamo ad avvertire e a lamentare anche nei nostri anni.
E’ questo, d’altra parte il paese, in cui nel 2016 si denunzia al pubblico ludibrio un ragazzo, che nell’entusiasmo del momento ha salutato i suoi tifosi romanamente, che non sarebbe stato certamente insultato se avesse espresso la sua soddisfazione con il pugno chiuso, ed in cui si deve ammonire, come è titolato un articolo di Fiamma Nirenstein, “Il padre si deve amare anche con la camicia nera”.