Nonostante gli imbarazzanti vigilantes del pensiero unico in questo sempre più strambo 2018 qualcuno finalmente è tornato ad indagare, scrivere e discutere della defunta RSI di Mussolini. Con serietà e serenità. Ci riferiamo al libro di Sergio Tau “la repubblica dei vinti”, impreziosito da una splendida prefazione di Buttafuoco, e all’ultima fatica di Pansa “La repubblichina”. Due lavori diversi ma importanti — e sui quali presto ritorneremo — che offrono una diversa angolazione sulla tragedia della guerra civile 1943-45.

L’8 settembre — la fuga del re, la viltà di generali e ammiragli, il liquefarsi dello Stato — rappresentò per una generazione cresciuta nel mito della “terza Roma”, dei “destini imperiali” una ferita impossibile da rimarginare, da cicatrizzare; per quei ragazzi (ma anche per non pochi veterani) la morte della Patria, come Galli della Loggia ha mirabilmente fissato quei momenti, fu un corto circuito, uno choc terribile, una vergogna senza pari.

Con buona pace dei retori resistenziali non ci furono “uomini e no” (ricordate il peggior Vittorini?) ma un intero popolo centrifugato e travolto dalla storia. I più si annichilirono nella “zona grigia” di defeliciana memoria mentre le minoranze compirono scelte opposte ma sempre radicali, in un crescendo di idealismo e ferocia. Chi si schierò con gli anglo-americani e i sovietici cercò le proprie ragioni nell’Occidente vincitore o nel miraggio marxista, variazioni alla fine coincidenti e rassicuranti. Per coloro che scelsero “la parte sbagliata” in quei 600 lunghissimi giorni tutto fu ben più complicato e straziante. Toccò a loro, solo a loro, pagare il conto finale. Salatissimo.

Eppure, in quel livido autunno del ’43 in tanti ascoltarono il richiamo di Mussolini, il vecchio duce liberato dai germanici sul Gran Sasso e poi rinchiusosi sul lago di Garda, e aderirono alla effimera stagione della RSI. Per motivi diversi. Per alcuni la repubblica era il lavacro del fascismo rivoluzionario, per altri il baluardo dell’onore oppure l’occasione di un’ultima avventura bellica, un modo per “cercar la bella morte”. Ma vi fu anche chi nell’esperimento mussoliniano vide un possibile laboratorio socio-politico su cui costruire un “ponte” verso l’opposizione patriottica e socialista. Fu il tentativo generoso di intellettuali come Silvestri, Pini, Borsani, Pettinato, Montesi, Ruinas, Bombacci e altri. Al loro fianco si ritrovarono parte dei quadri dirigenti del nascente PFR, uomini di valore che intravidero in quegli appelli la sola strada per scansare il baratro della guerra civile. Per gli “ortodossi” come Pavolini (che non li amava per nulla) solo dei confusi “moderati”, per il partito comunista dei nemici temibili. Dunque da eliminare. Subito.

La mattanza ebbe inizio nel novembre con l’assassinio di Gino Ghisellini, federale di Ravenna, seguirono Aldo Resega a Milano, Eugenio Facchini a Bologna, Arturo Capanni a Forlì e, il 31 marzo 1944 a Torino, il condirettore della Gazzetta del Popolo Ather Capelli.

A quest’ultimo è dedicato il saggio di Luca Bonanno, un lavoro prezioso che restituisce voce e luce ad un protagonista minore ma assolutamente apprezzabile del Ventennio. Ricostruendo attraverso i suoi scritti la vicenda politica e umana di Capelli, l’autore ci offre uno spaccato efficace del tempo: la marcia su Roma, la costruzione del regime, la guerra d’Africa a cui Ather partecipò come umile camicia nera. E poi, i fermenti dei gruppi giovanili, la Scuola di Mistica Fascista di Nicolò Giani, la redazione di “Vent’Anni” (la rivista del Guf di Torino diretta da Guido Pallotta). Energie, idee, inquietudini e tanta insofferenza verso gli opportunisti, i carrieristi, gli “sputatragedie”, i “bastardi adoratori del dio quattrino”. Il fascismo più bello e generoso. Pulito e onesto.

La fede di Capelli non vacillò nemmeno davanti alla disfatta, al 25 luglio e all’8 settembre. Fu tra i primi a rispondere all’appello di radio Monaco ma non perse il suo senso critico: l’evaporazione del regime e la catastrofe militare lo avevano per sempre vaccinato da ogni illusione. Da qui i suoi costanti richiami alla “pacificazione nazionale”, il suo orrore per “le barricate stoltamente fratricide”, la speranza che i “focolari ritornino ad essere benedetti da una sola fiamma d’italico amore”. Parole ingenue, romantiche ma certamente sincere. Troppo sincere (e ascoltate) per il partito comunista che invece spingeva per una campagna di terrore indiscriminato. A Giovanni Pesce — famigerato terrorista gappista poi nei Settanta idolo delle BR— venne dato l’ordine di far tacere per sempre il giornalista. Il 31 marzo cinque colpi di pistola uccisero Ather Capelli. L’Italia entrava nell’ora più buia.

 

Luca Bonanno

ATHER CAPELLI

La vita e gli scritti

Edizioni Ritter, Milano 2018

Ppgg. 461, euro 28.00