Il 14 febbraio 2004 si concludeva, in modo tragico, l’avventura di Marco Pantani. Quella del Pirata è una storia tipicamente italiana che, come spesso accade nelle nostre vicende, mischia in un unico calderone indecifrabile onore e gloria, infamia e tragedia, intrighi e tradimento.

Marco Pantani era un vero italiano, di quelli capaci di lottare da soli contro tutto e contro tutti, anche contro la sorte avversa, stupendo il mondo. In bicicletta ci aveva regalato imprese che ancora oggi sembrano incredibili, basta citare quella del Galibier, sino a quel momento la montagna di Bartali legata al suo trionfo al Tour del 1948, che secondo la narrazione popolare avrebbe salvato l’Italia da una nuova guerra civile dopo l’attentato a Togliatti.

50 anni dopo, al Tour 1998, Pantani, già vincitore del Giro, si ritrova ai piedi del Galibier con 3 minuti di ritardo su Ian Ullrich. Sfidando pioggia e freddo lancia un attacco formidabile che lo porta al traguardo per primo, da solo e con 9 (nove) minuti di vantaggio su Ullrich.

E’ un’impresa memorabile: maglia gialla quel giorno e trionfale cavalcata sugli Champs-Élysées pochi giorni dopo, primo Italiano a vincere la Grand Boucle dopo Felice Gimondi che ci era riuscito ben 33 anni prima.

Il Pirata diventa una leggenda, l’Italia si inchina di fronte a quell’omino magrolino con le orecchie a sventola e la bandana che, però, dentro di sé ha la forza di un gigante. Poi appena un anno dopo, inaspettato, il colpo tremendo.

Onori e gloria vengono di colpo inesorabilmente sbriciolati da un’accusa di doping che a Madonna di Campiglio lo esclude da un Giro che stava di nuovo stravincendo. Il fatto è clamoroso, l’eco mediatico enorme, la foto del Pirata scacciato dall’albergo e portato via dai Carabinieri fa il giro del mondo.

Come sempre avviene in Italia il carro del vincitore si svuota immediatamente e quelli che ci stavano sopra diventano subito gli accusatori più spietati.

I media si accaniscono, ora dipingono Pantani come un disonesto, campione negli imbrogli più che nelle salite. Nessuno sente il bisogno di approfondire o indagare sullo strano episodio di Campiglio, né le autorità né i giornalisti, che come sempre preferiscono alimentare il solito circo mediatico scandalistico.

Eppure, volendo, di domande ce ne sarebbero state molte. Pochi anni dopo, quando sarà oramai troppo tardi, la verità salterà fuori: una storiaccia di scommesse clandestine gestite dalla malavita organizzata che aveva deciso che Pantani, sul quale si erano ovviamente concentrate le puntate, non dovesse vincere quel Giro.

I clan erano intervenuti a modo loro: minacciando e corrompendo avevano provocato il controllo antidoping non previsto del quale erano stati manipolati i risultati, scambiando provette, alterando i campioni di sangue, falsando esami e referti. Una verità scomoda, che non avrà mai lo stesso clamore della squalifica e che finirà sotto il tappeto, perché come sempre qui da noi chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto.

Verità o meno, la leggenda del Pirata romagnolo finiva quel giorno e non sarebbe mai più tornata.

Stritolato da un sistema kafkiano, Pantani inizia la discesa inesorabile che tra depressione, droga, errori lo porterà a morire solo, abbandonato da tutti, nella squallida stanza di un anonimo albergo.

Una morte strana, zeppa di ombre e aspetti poco chiari, forse provvidenziale per qualcuno, mai veramente spiegata perché a nessuno interessava farlo, come per molte altre nell’Italia del dopoguerra dal bandito Giuliano a David Rossi.

Non è certo un caso se la storia di Marco Pantani, cioè l’avventura sfortunata di un omino valoroso sconfitto da un nemico subdolo e malvagio molto più potente di lui, ha colpito Fabio Constantinescu ed Eugenio Pasquinucci che gli hanno dedicato il pezzo forte dell’album “Nel Cuore dell’Europa” che ha visto qualche mese fa il ritorno prepotente di Constantinescu, accompagnato dalla bassista Silvia Preda, nel vivacissimo panorama della musica alternativa di destra.

Il Pirata si ritrova così al posto d’onore del lavoro di Fabio Constantinescu ed Eugenio Pasquinucci, accanto agli Irlandesi del Batallón de San Patricio, eroi sfortunati della guerra tra Messico e USA del 1846; ai soldati Italiani abbandonati al loro destino in Montenegro dopo l’8 settembre, vittime di infami comportamenti degli alti comandi; agli esuli istriani, schiacciati da giochi politici molto più grandi di loro, che la feccia dei centri sociali proprio in questi giorni ha insultato impunemente in nome dell’antifascismo.

Storie diverse, lontane nel tempo e nello spazio ma legate da un filo invisibile: uomini seri e coraggiosi, battuti da nemici iniqui e subdoli senza avere mai rinunziato alla propria dignità e ricordati proprio per questo.

Il testo di Pasquinucci lo spiega, senza mezzi termini: “Pantani come Coppi/Pantani come Bartali/Pantani come Tortora”: la parabola del Pirata non potrebbe essere sintetizzata meglio di così.

In trentino qualcuno lo tradì – ora la folla non grida più / Il Pirata vede tutto grigio, come se tutto fosse asfalto / San Valentino e non c’è amore – il Pirata è nella polvere / E’ una stella che cade – nel cielo lassù in alto / Corri Marco, corri tra i cieli – corri tra i campioni, rimetti la bandana / Insieme a tanti amici – e nessun figlio di puttana”.