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Anche le generazioni hanno un’indole, come gli individui e i popoli. C’è ne sono imprudenti e impertinenti, eretiche e ribelli e ce ne sono “prudenti e plaudenti”, come Beppe Niccolai apostrofava quella di Fini, conformiste e ignave.
Le generazioni nate a cavallo della seconda guerra mondiale e della guerra civile in Italia, cui parteciparono materialmente o idealmente, nonostante o, forse, proprio per le tragiche esperienze vissute (lutti, privazioni, fame, bombe e terrore), non hanno mai disarmato il loro spirito, mai ammainato le loro bandiere, ne’ spento le speranze e le passioni, che li avevano spinti ad intervenire nel presente per costruire il futuro dell’Italia.
Da una parte e dall’altra della barricata. Con l’alleato tedesco o con l’invasore angloamericano; con la RSI o con la Resistenza.
” Per chi come me leggeva Salgari e l’Avventuroso, all’astuzia di Ulisse preferiva la forza di Achille, era cresciuto nel mito di Baracca e D’Annunzio, dei trasvolatori dell’Atlantico e dei calciatori bicampioni del mondo, il fellone era Badoglio che scappava. Per chi come me aveva il mito non tanto del Duce, ma di Ettore Muti, ucciso dai badogliani, di Italo Balbo, abbattuto nei cieli della Sirte, degli eroi della Folgore disfatti a Bir El Gobi, ‘la parte legale’, l’Italia, era quella. Ed io ho combattuto per l’Italia”: così ha magistralmente spiegato la sua scelta per la RSI il grande Giorgio Albertazzi.
La stessa spiegazione della scelta di decine di migliaia di giovanissimi volontari nei vari corpi armati della Repubblica di Mussolini e delle centinaia di migliaia di adesioni alle organizzazioni giovanili del MSI, Giovane Italia e FUAN in specie, nel dopoguerra.
Altri giovani, però, pur avendo frequentato le stesse scuole, fatte le stesse letture, orecchiato gli stessi miti, in alcuni casa membri della stessa famiglia, fecero scelte diverse ed opposte.
Forse perché ciò che siamo attiene più all’indole che alle esperienze.
Già nella prima infanzia c’è chi giuoca al ladro e chi alla guardia, chi è leale e chi è furbo, chi è audace e chi è vile: chi è Ferrucci e chi è Maramaldo.
Io sono di quelli che si raccolsero attorno alla Fiamma tricolore. Inalzata dai reduci della RSI scampati ai massacri e usciti dai campi di concentramento. Reduci per la maggior parte di pochi anni più anziani, partiti per la guerra a quattordici, quindici, sedici anni per amor di Patria e volontà di riscatto, dopo il tradimento e la fuga del re e di Badoglio, l’8 settembre 1943. Noi li percepivamo come fratelli maggiori, e in alcuni casi lo erano, con cui condividere l’avversione verso chi aveva ridotto in macerie le nostre città e verso i loro fiancheggiatori, verso gli imboscati, usciti dall’ombra a guerra finita, per infierire sui vinti inermi e disarmati con atroci vendette. Verso chi auspicava e favoriva l’ avvento di padroni stranieri, americani o russi che fossero. E con cui condividere un progetto di riscatto e di rinascita dell’Italia.
Il progetto dei “Figli del Sole”, come furono definiti all’interno del MSI queI giovani ex combattenti, che consideravano ” la RSI l’eresia libertaria del precedente cesarismo fascista e contrapponevano all’anonima democrazia cifrata, ereditata dal giacobinismo, l’alternativa di una democrazia organica, direttamente funzionale al valore preminente delle libertà concrete, intese come conquista spirituale della persona nell’ambito della società politica, riassunta nello Stato. Si trattava di un progetto che conteneva in se’ potenzialmente tutta la modernità possibile, implicita nella critica alla società contemporanea, mentre tracciava il transito verso la post -modernità, ma con la preoccupazione di non naufragare nel deserto delle idee e dei valori” (Tazio Poltronieri).
Ricordiamone alcuni: da Giano Accame a Piero Buscaroli, da Belfiori a Bartoli, da De Boccard a De Felice, da Enzo Erra a Primo Siena, da Julius Evola a Fausto Gianfranceschi, da Roberto Melchionda ad Attilio Mordini. I padri putativi della Giovane Italia.