Caro direttore, spesso, quando mi reco al Verano per portare fiori ai miei cari, il mio sguardo si sofferma sulla tomba di uno dei ragazzi uccisi ad Acca Larenzia il 7 gennaio 1978. Nel riquadro 10, vicino al Crocione, si trova il sepolcro della mia famiglia. A circa dieci metri c’è la tomba di Stefano Recchioni, militante del Fronte della Gioventù ed iscritto alla storica sezione missina del Colle Oppio, di cui sono stato per breve tempo segretario giovanile, prima di divenire nel 1957 presidente della Giovane Italia di Roma.

Ogni volta, al cimitero, rivivo come se rivedessi un film, gli accadimenti di quel tragico giorno perché ne sono stato direttamente partecipe. Negli anni Settanta, infatti, ero capo servizio interni al Secolo d’Italia, quando la sua redazione si trovava a via Milano. Mi erano state affidate due pagine, una politica e l’altra di attualità. Dovevo seguire, assieme ai miei collaboratori, ciò che stava accadendo nel Paese piombato in uno dei periodi più tragici della sua storia.

Ricorderai, caro direttore, che con la bomba di piazza Fontana era stato offuscato il breve periodo della contestazione giovanile ed era iniziata l’oscura stagione delle stragi e del terrorismo, alimentato dalle Brigate rosse e tollerato da alcuni apparati dello Stato, spesso non estranei ai fatti più sanguinosi.

In quel momento il Msi, partito anticomunista e antisistema, costituiva un intralcio al disegno del compromesso storico, architettato da Moro e Berlinguer. La strategia delle tensione, voluta dal Viminale, colpiva essenzialmente il movimento guidato da Almirante, lasciando mano libera alla violenza dell’estrema sinistra nel nome dell’antifascismo militante.

Alla redazione del giornale pareva di stare in trincea. Le rumorose telescriventi, trasmettevano notizie drammatiche: bombe, incendi, morti, attentati, aggressioni, incidenti anche nelle scuole, nelle università e nei posti di lavoro. Il clima di odio nei confronti di tutto ciò che era di destra non poteva che ripercuotersi pesantemente sul Secolo e quindi sulla pattuglia dei giornalisti, la cui preoccupazione per un domani incerto era palpabile, anche se ogni redattore manifestava serenità e coraggio. Posso affermare, senza alcun dubbio, che anche i tipografi e gli impiegati dimostravano , almeno apparentemente , tranquillità ed abnegazione per il lavoro che svolgevano.

Nel corso degli anni di piombo, quando ci trovavamo in redazione, quando sfilavano all’ esterno del palazzo i cortei dell’estrema sinistra, i più esagitati sostavano nei pressi di via Milano, urlando slogan ostili contro la destra. La frase ricorrente , e più “benevola”, era “Fascisti carogne, tornate nelle fogne …”.

Il marzo 1980 sarà l’anno nero del Secolo d’ Italia.   Il 7 marzo una bomba devasterà lo stabilimento tipografico dove si stampava il quotidiano, facendo crollare due muri divisori e distruggendo alcuni macchinari , i tubi della posta pneumatica, i condizionatori d’aria, il lucernario che proteggeva la rotativa e soprattutto causando feriti tra le maestranze. Ma dopo soli due giorni, il Secolo d’Italia sarà di nuovo nelle edicole (allora la tiratura si aggirava sulle 30-35 mila copie. Si entrava alle 10 e, quando c’era necessità di ribattuta, si usciva alle 22.30. Un compito che spesso dovevo compiere, data l’importanza degli Interni) . “Rieccoci!” era il titolo della prima pagina, mentre nel sommario si leggeva : “Ci siamo rimboccati le maniche , abbiamo sgombrato le macerie, stiamo riparando i macchinari: in ventiquattro ore abbiamo strappato il bavaglio che il terrorismo, al servizio del regime , voleva imporci”.  Il 12, si verificherà l’assassinio del fattorino del Secolo, Angelo Mancia, 27 anni, crivellato di colpi mentre stava uscendo di casa per recarsi al lavoro mentre il giorno dopo, sotto la finestra dell’abitazione del redattore capo, Mario Pucci, sarà fatto esplodere un ordigno rudimentale. Eventi sanguinosi e intimidatori contro il giornale missino ma la famiglia del Secolo, perché quella del quotidiano di via Milano era una famiglia cementata da forti legami ideali, non si farà intimorire dalla violenza comunista e dalle pretestuose persecuzioni giudiziarie ispirate dal potere.

Caro direttore, descritta sinteticamente la situazione all’ interno del giornale in quegli anni, mi soffermo un attimo sulla giornata del 7 gennaio 1978. Verso le 18.30 mi chiama Genziano Fagiolari, l’addetto alle telescriventi, facendomi notare una fresca notizia dell’Ansa: “ Roma. Spari davanti alla sezione missina di Acca Larenzia. Ci sono feriti”. Strappo il pezzo di carta e lo porto a Cesare Mantovani, allora caporedattore che, senza pensarci un attimo mi dice di correre sul posto per raccogliere notizie. Un quarto d’ora dopo sono ad Acca Larenzia, dove affluiscono ambulanze e volanti della polizia. Hanno sparato contro alcuni giovani che uscivano dalla sezione. Raccolte le prime voci e testimonianze, chiamo da un telefono di una vicina frutteria Mantovani (allora non c’erano i cellulari) e lo ragguaglio con un groppo alla gola. Sapeva già tutto: le agenzie avevano riportato l’accaduto. Dopo due ore, centinaia di giovani provenienti da ogni parte della città, affluiscono ad Acca Larenzia. Rabbia, dolore, grida, slogan. C’è chi porta mazzi di fiori che vengono deposti su una bandiera del Fronte della Gioventù, davanti alla porta blindata della sezione, dove è caduto crivellato di colpi un giovane militante mentre usciva dalla sede. Un altro ragazzo è stato ammazzato sulla rampa di scale che porta a via delle Cave. Arriva anche Gianfranco Fini, segretario nazionale del F.d.G. che viene affiancato da qualche ragazzo. Si porta davanti alla sezione. Un’ istantanea, ritrae Fini che indossa un impermeabile chiaro mentre si accende una sigaretta con accanto Stefano Recchioni . Sono gli ultimi minuti della sua giovane esistenza. Infatti, dopo pochi istanti, i ragazzi del Fronte insceneranno una manifestazione spontanea nel corso della quale un carabiniere spara alcuni colpi di pistola . Stefano viene colpito alla fronte. Nuova telefonata a un incredulo Mantovani : “ Una carabiniere ha sparato ad un ragazzo” . Tre ragazzi assassinati. Due da un commando comunista, il ventenne Franco Bigonzetti e il diciannovenne Francesco Ciavatta, il terzo da un carabiniere, Stefano Recchioni , anche lui diciannovenne.

I recenti fatti che hanno coinvolto l’ex leader del Fronte della Gioventù , del Msi e di Alleanza nazionale, pone alla coscienza di chi si riconosce o si definisce di destra, un angoscioso interrogativo: a cosa è servito il sacrificio di centinaia e centinaia di militanti che, credendo in determinati ideali e valori, hanno vista bruciata la propria abitazione, devastato il proprio esercizio commerciale, condizionata la propria carriera, soffocate le proprie aspirazioni perché ghettizzato? Ci sono persone che hanno portano i segni della virulenza antifascista per anni. Fra gli altri, un episodio emblematico: nel giugno 1972 un commando comunista scagliò bombe incendiarie contenenti acido fosforico contro i ragazzi che si trovavano nei locali del Centro Nuova Europa di via Noto a Roma, causando diversi feriti. Due giovani, orribilmente ustionati, furono ricoverati in condizioni disperate nella sala rianimazione dell’ospedale Sant’Eugenio. Per mesi lottarono contro la morte. Come ho accennato, vicende come queste si sono verificate in ogni parte d’Italia. E, se il Msi fosse esistito si sarebbero verificate stragi come quelle di Acca Larenzia o di Primavalle, dove morirono arsi vivi i fratelli Stefano e Virgilio Mattei? Fini non ha mai pensato, soltanto un attimo, che tanti giovani sono morti o si sono rovinati, perché si sono immolati per la causa per cui Fini li incitava a battersi?

L’ex leader di una destra ormai sparita, pur di non apparire come corrotto e corruttore, si è autodefinito un “coglione”. Ancora una volta ha barato, fingendo di essere vittima della sua nuova famiglia che si sarebbe arricchita a dismisura, carpendo la sua buona fede. Chi crede in questa favola effettivamente è un coglione, un coglione vero, non finto.

Caro direttore, non starò qui a ripetere ciò che anche il mio portiere conosce sulle recenti , nuove disavventure di Gianfranco Fini, indagato dalla magistratura per corruzione e riciclaggio. A mio parere l’accusa più infamante che può essere addossata a Fini è quella di avere tradito i giovani che ha guidato per anni. Meriterebbe solo per questo crimine, una pena molto più severa dei reati di cui deve rispondere.

 

Per gentile concessione de “Il Borghese”