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” Il 12 aprile 1973 i neofascisti uccisero l’agente Marino nella manifestazione organizzata da Servello e Ciccio Franco “, così titola oggi il Corriere della Sera, cronaca di Milano.
E così purtroppo avvenne.
Si poteva e si doveva evitare. Nei giorni precedenti, Anderson ed io, rispettivamente Segretario e Presidente del Fronte della Gioventù, avevamo allarmato il Segretario del MSI, Giorgio Almirante, dei gravi, probabili più che possibili rischi di svolgere la manifestazione voluta e programmata dai dirigenti di Milano, Servello in testa, nonostante il divieto delle autorità. Eravamo consapevoli, e avevamo indizi attendibili, che i nostri giovani erano esasperati e determinati a non subire sopraffazioni e violenze già in atto a Milano da parte del rituale “fronte antifascista”, nei fatti da parte dei comunisti e degli extraparlamentari, che avevano da tempo mano libera in città come del resto in ogni parte d’Italia.
Lo dicemmo ad Almirante ancora il giorno prima, considerando più saggio e politicamente più utile rispettare un divieto delle autorità di pubblica sicurezza , denunciando le responsabilità e la debolezza del Governo, che rischiare altre vittime fra i nostri attivisti. Lui si copri’ con un’ennesima rassicurazione telefonica di Servello, cui ci fece assistere.
Io, per confermare e sottolineare il mio dissenso, rifiutai di andare a Milano.
Tutti sappiamo come andò a finire. Al dolore si aggiunse la vergogna della denuncia dei presunti colpevoli proprio da parte di chi aveva contro ogni logica voluto un evento già incandescente e nel dubbio che non lo fosse abbastanza vi aveva coinvolto Ciccio Franco, il simbolo della rivolta di Reggio Calabria!
Contro ogni logica, se non quella di far rientrare nella D.C. ” i voti in libera uscita”, secondo l’espressione di Andreotti, che nel biennio 1971/72 erano approdati al M.S.I. – D.N., anche sull’onda lunga, soprattutto a Milano, dell’uccisione dell’agente Antonio Annarumma da parte
degli extraparlamentari di sinistra il 19 novembre 1969.
Se non quella che Arturo Michelini leggeva nella linea almirantiana:
“la linea del galleggiante”, che segnala quando l ‘acqua sta per travasare e bisogna correre ai ripari. La linea, per intenderci, contro l’alleanza con i monarchici dopo i grandi successi che avevamo raccolti insieme nelle amministrative del 1952; contro il progetto micheliniano della Grande Destra, al Congresso di Milano 1956; contro Democrazia Nazionale nel 1976.
Oggettivamente, e non certo inconsapevolmente a beneficio della D.C., che poteva continuare a comportarsi come “un partito di centro che guarda a sinistra”, senza rischiare perdite elettorali sulla destra. E della sinistra che si vedeva di fatto e di diritto il ruolo di unica interlocutrice. E’ stata la “democrazia zoppa” della prima Repubblica, che spiano’ la strada “agli equilibri avanzati” del consociativismo fra democristiani e socialisti. E che ha azzoppato anche la destra, malgrado il precario e superficiale rappezzo berlusconiano, rimedio rivelatosi peggiore del male.
Già nel 1954, al Congresso di Viareggio del M.S.I., Michelini ammoniva: ” Se noi saremo demagoghi, saranno demagoghi anche i giovani. Se saremo irrazionali essi pure lo saranno. Se noi mostreremo di essere succubi del complesso del tradimento, essi non se ne potranno sottrarre.”
In effetti, non se ne sono sottratti ne’ molti giovani ne’ molto anziani, se lo stesso Pino Romualdi, proprio sul Secolo d’Italia, registrava:” Non la sinistra e’ mancata al funzionamento della nostra democrazia, ma la destra. Di sinistra in Italia ce n’è stata e ce n’è fin troppa. E’ la destra che non c’è. Passano gli anni e si accavallano le vicende, ma il problema e’ sempre qui: costruire la destra. Fare, cioè , ciò che in quarant’anni di lotte non ci è riuscito di fare”.
E fino ad oggi non è riuscito a nessuno.