L’altro giorno, del tutto fortuitamente, mi è stato dato di ascoltare l’ex presidente del Consiglio pronunziare le parole di apertura dell’assemblea del suo partito, rivolto agli “amici ed ai compagni”. Una novità che certamente non sarà suonata, questo del vecchio ed evidentemente mai rinnegato epiteto, gradita ai tanti estimatori del “granduca”. Ugualmente eloquente di una situazione camuffata ed ufficialmente rigettata è il favore, la simpatia e l’appoggio mostrati dai quotidiani di area berlusconiana verso lo stesso toscano impegnato in una forte polemica, chissà se destinata a diventare traumatica, con la minoranza interna demonizzata dai vari Sallusti e Feltri con il contorno interno .

Sull’immutabilità del comunismo di qualsiasi intonazione, vale leggere una fonte confidenziale sulle effettive ripercussioni dei fatti d’Ungheria del 1956 sull’apparato del partito. Viene garantito che “i recenti avvenimenti se possono aver temporaneamente un po’ demoralizzato parte degli iscritti e posto in imbarazzo i quadri dirigenti, in definitiva non hanno minimamente intaccato l’ossatura del partito”.

Si ufficializza un quadro noto, che continuerà ad essere presente per decenni, costituendone l’ossatura e la struttura attiva e professionalizzata: “il PCI si basa su un gruppo di funzionari, attivisti ed aderenti i quali ne traggono cariche, prebende, impieghi, assistenza e, non essendo disposti a rinunziare al loro stato, seguiranno sempre supinamente le superiori direttive”. Il pensiero corre subito al “Peppone” di Guareschi.

Si passa poi alla presentazione “ufficiale”, chè quella ufficiosa era conosciuta nella pesantezza e nella violenza assunta, dei “fanatici in buona fede” , che “vedono cose ed avvenimenti solo attraverso l’interpretazione degli organi qualificati del partito e non dubiteranno mai che gli stessi possano incorrere in errori”.

Da ultimo “la massa dei diseredati che spera di raggiungere a mezzo del partito migliori condizioni di vita e costituisce perciò una massa amorfa senza volontà e coscienza proprie, indifferente a tutte le questioni che non siano strettamente economiche e che non la interessino direttamente. Su costoro il partito preme con la sua organizzazione capillare, le organizzazioni sindacali e gli attivisti sempre pronti ad intervenire con le lusinghe e con le minacce più o meno larvate, dove si profila la possibilità di qualche cedimento”.

Secondo il prefetto di Milano, relatore minimizzatore, acritico sul rilievo antidemocratico ed oppressivo della struttura, rispettata e temuta ma combattuta solo dalla destra, “per tale complesso di motivi sarebbero falliti gli intenti di tutti coloro che finora hanno tentato, sia dall’esterno che dall’interno, di provocare scissioni nell’ambito del PCI riuscendo a fatica a raccogliere solo pochi dissidenti”.