I bagliori del rogo anticipano le prime luci dell’alba del 16 aprile 1973. Dalla finestra del terzo piano della palazzina, che sorge in un lotto di via Bernardo da Bibbiena, a Primavalle, un ragazzo grida disperatamente, sporgendosi dal davanzale. Dal cortile si intravede la sua sagoma, confusa nell’oscurità e avvolta da una colonna di fumo che sale al cielo. Le drammatiche urla di aiuto del giovane lacerano il silenzio della notte. Il cortile si riempie di gente accorsa

dai palazzi vicini o fuggita in preda al terrore dalla casa dove si è sviluppato il furioso incendio. Attoniti, quasi paralizzati, tutti guardano lassù, verso il terzo piano, dove abitano i numerosi componenti la famiglia Mattei.

Anzi, i «fascisti» Mattei.

Da quell’apertura, nella parte estrema dell’edificio, escono anche lingue di fuoco che prendono a lambire il giovane. Le sue invocazioni giungono sempre più flebili. C’è chi gli grida di buttarsi giù, chi gli urla di fuggire dalle scale. Ma il povero ragazzo, ormai allo stremo delle forze, non sente più nulla. Per lui non c’è più alcuna via di salvezza.

Una barriera di fuoco gli impedisce di uscire dalla stanza angusta, né può gettarsi dalla finestra perché il fratellino,

in preda al panico, gli si è aggrappato alle gambe. Quando arrivano i soccorsi e i primi getti d’acqua dei vigili del

fuoco raggiungono la finestra, è ormai troppo tardi. Virgilio, ventidue anni e Stefano, dieci, in pochi istanti sono diventati neri e informi come due rami bruciati da un fulmine. Ma come si è potuta consumare una tragedia tanto orribile? Perché Virgilio e Stefano Mattei hanno perso la vita, tra le fiamme, senza riuscire a fuggire dalla trappola infuocata della loro stanza? Verso le 3.10 – questa la ricostruzione che la magistratura ufficializzerà più di quattordici anni dopo – qualcuno versa della benzina all’esterno dell’ingresso dell’appartamento numero 5 e lascia accanto alla porta un recipiente di plastica da cinque litri che contiene altro carburante. Dietro quella porta dormono tranquilli i componenti la famiglia Mattei: il padre Mario, segretario della sezione missina di Primavalle, sua moglie Anna Maria Macconi e i loro sei figli, Virgilio, Stefano, Silvia, Lucia, Antonella e Giampaolo.

Qualcuno appicca il fuoco alla benzina con uno straccio e le fiamme con rapidità si propagano dapprima sulla porta di casa Mattei, per spingersi poi sul pianerottolo, fino a lambire l’altra porta, quella dell’interno 6, dove vive la famiglia Perchi. Il crepitio delle fiamme, che è stato preceduto da un rumore simile a un boato (Anna Maria Macconi dirà in seguito che «era simile a una cosa che sfiata fortemente»), sveglia i Mattei. Mentre il figlio Virgilio telefona al 113, Mario, il padre, corre verso la porta d’ingresso in fiamme e, dopo essere scivolato sul liquido che ha preso a scorrere verso l’interno dell’appartamento, riesce ad aprirsi un varco e permette alla moglie – che trascina i figli più piccoli, Antonella e Giampaolo – di uscire. E qui comincia il dramma, perché le fiamme, per effetto del tiraggio causato dall’apertura della porta, entrano con violenza, invadendo la stanza da letto dove Virgilio e Stefano, in cerca di aiuto, hanno spalancato la finestra. Mario allora torna indietro e con due estintori di fortuna (un fiasco antincendio e una bomboletta) cerca di controllare il fuoco. Poi dalla cucina, benché sia già gravemente ustionato, tenta di aiutare Virgilio e Stefano, ormai intrappolati nella loro camera.

Ma i suoi sforzi sono inutili, e allora Mario Mattei si lascia cadere nel balconcino dell’appartamento di sotto dove, con uno sforzo tremendo, raccoglie sulle braccia ferite le altre due bambine, prima Lucia e poi Silvia, che però gli sfugge e cade sul selciato. Una barriera di fuoco intrappola Stefano e Virgilio. Alle 3.40 circa, mezz’ora dopo l’inizio della tragedia, assieme alle autobotti dei vigili del fuoco, arrivano alcune autoambulanze, il sostituto procuratore della Repubblica Domenico Sica, carabinieri e polizia. Sul chiusino della fogna, nel cortile del lotto, accanto al portoncino del fabbricato, viene trovato un cartello, formato con carta autoadesiva e fogli di quaderno quadrettati, con la seguente scritta: BRIGATA TANAS. GUERRA DI CLASSE – MORTE AI FASCISTI – LA SEDE DEL MSI, MATTEI E SCHIAVONCINO COLPITI DALLA GIUSTIZIA PROLETARIA.

Non c’è alcun dubbio: l’incendio è doloso. O, meglio, si tratta di un attentato. Un attacco ai “fascisti” di Primavalle.

Ma chi sono i terroristi? Il giudice Sica sembra muoversi agilmente fin da subito in quel coacervo di contraddizioni sociali che è il quartiere di Primavalle, negli anni Settanta una delle più povere e squallide borgate della capitale, dove è forte la presenza politica dei partiti di sinistra e dove proliferano anche i gruppi extraparlamentari, tra cui Potere operaio dove militano Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo. A Primavalle c’è anche una sezione del Msi, in via Domenico Svampa. È stata assaltata innumerevoli volte. Il giudice Sica decide di indirizzare le indagini negli ambienti della sinistra estrema e ordina una lunga serie di perquisizioni. Nell’appartamento di Lollo la polizia trova, tra l’altro, un manoscritto ove sono indicati nomi e indirizzi di iscritti al Msi da «punire» (fra cui quello di Mattei), una lettera a lui indirizzata in cui si parla di una fornitura di armi ed esplosivi, un appunto contenente un elenco di armi e munizioni, fogli di quaderno uguali a quelli usati per il cartello trovato dopo il massacro nel lotto del rogo. Lollo (arrestato), Clavo e Grillo (fuggiti all’estero) sono accusati di concorso in strage.

II processo di primo grado comincia a Roma il 24 febbraio 1975. In stato di detenzione il solo Achille Lollo (che tornerà libero al termine del processo). Si trascina per oltre tre mesi, tra colpi di scena e violente manifestazioni della sinistra extraparlamentare. Il 28 febbraio 1975, alla fine della quarta udienza, lo studente greco Mikis Mantakas, militante del Fuan-Caravella, viene ucciso a colpi di pistola da estremisti di sinistra in via Ottaviano, sempre a Roma.

Dopo una sconcertante altalena di processi durata quattordici anni, il 13 ottobre 1987, la prima sezione della Corte di cassazione scrive la parola «fine» alla lunga e travagliata vicenda giudiziaria, confermando la sentenza d’appello che condanna Lollo, Grillo e Clavo a diciotto anni di reclusione ciascuno (di cui tre condonati), ma non per il reato di strage. Nel corso dell’udienza, il sostituto procuratore generale della Cassazione, in accoglimento del ricorso del procuratore generale d’appello, aveva chiesto l’annullamento della sentenza di secondo grado e la contestazione per i tre militanti di Potere operaio del più pesante reato di strage con un nuovo processo. Ma la prima sezione penale respingendo tutti i ricorsi, sancisce la definitiva condanna dei tre ex militanti di Potere operaio, da lungo tempo liberi all’estero.