Erano le 20.59 di 34 anni fa, quando dagli schermi dei controllori di volo di Roma scomparve il volo DC 9 I-Tigi Itavia. L’aereo proveniente da Bologna e diretto a Palermo era precipitato in pieno Mar Tirreno tra le isole di Ponza e Ustica. All’alba del giorno dopo, le prime tragiche conferme a quello che era stato solo un atroce sospetto. Il ritrovamento dei primi corpi delle 81 vittime (77 passeggeri, tra cui 11 bambini, e quattro membri dell’equipaggio) davano le dimensioni dell’enormità dell’evento. Secondo la ricostruzione dei fatti, il volo IH870 era partito dall’ aeroporto Guglielmo Marconi di Borgo Panigale in ritardo, alle 20.08 anziché alle previste 18.30 di quel venerdì sera, ed era atteso allo scalo siciliano di Punta Raisi alle 21.13. Alle 20.56 il comandante Domenico Gatti aveva comunicato il suo prossimo arrivo parlando con “Roma Controllo”.

 

Il jet procedeva regolarmente a una quota di circa 7.500 metri senza irregolarità segnalate dal pilota. L’aereo, oltre che di Ciampino, era nel raggio d’azione di due radar della difesa aerea: Licola (vicino Napoli) e Marsala. Alle 21.21 il centro di Marsala avvertì del mancato arrivo a Palermo dell’aereo il centro operazioni della Difesa aerea di Martinafranca. Un minuto dopo il Rescue Coordination Centre di Martinafranca diede avvio alle operazioni di soccorso, allertando i vari centri dell’Aeronautica, della Marina militare e delle forze Usa. Alle 21.55 decollarono i primi elicotteri per le ricerche. Furono anche dirottati, nella probabile zona di caduta, navi passeggeri e pescherecci. Alle 7.05 del 28 giugno vennero avvistati i resti del DC 9. Le operazioni di ricerca proseguirono fino al 30 giugno, vennero recuperati i corpi di 39 degli 81 passeggeri, il cono di coda dell’aereo, vari relitti e alcuni bagagli delle vittime.

 

Fin dai primi momenti successivi al ritrovamento dei resti dell’aereo Itavia sorsero i primi dubbi sulle origini della strage. La prima tesi del “cedimento strutturale” fu ritenuta non credibile, era evidente che qualcosa di strano era successo. Il mistero sul disastro fu reso ancora più ingarbugliato dal ritrovamento di quelle che sembravano parti di aerei militari alleati nelle acque del Tirreno e dalla scoperta, due settimane dopo, di un Mig libico precipitato sui monti della Sila in Calabria. Da allora è stato un susseguirsi di processi, commissioni di inchiesta parlamentare e indagini giornalistiche che si sono dovute infrangere contro i silenzi o le ritrosie di uomini con le stellette o personalità politiche e di governo. Persino la tragedia di Ramstein, in Germania, dove nel 1988 tre aerei delle Frecce Tricolori si scontrarono in volo, lasciava intravedere in filigrana i contorni spettrali del mistero di Ustica. Ivo Naldini e Mario Nutarelli, due dei tre piloti deceduti, la sera del 27 giugno ’80 erano in volo di rientro da una esercitazione a bordo di due F 104 Starfighter sulla stessa rotta dell’Itavia. Dai loro velivoli parti il segnale di allarme generale alla Difesa aerea nazionale. Cosa li avesse indotti alla procedura di emergenza è un segreto che hanno mantenuto fino alla tomba.

 

In Italia soltanto l’ex-presidente delle Repubblica Francesco Cossiga, negli ultimi anni della sua vita, ha provato a dare delle indicazioni che potessero portare alla verità. Cossiga parlò di una battaglia aerea, di un agguato preparato dalle forze aeree francesi contro un aereo libico che avrebbe dovuto trasportare Gheddafi. L’abbattimento del volo civile sarebbe stato un “danno collaterale”. Adesso sembra che dopo 34 anni qualcosa si muova. Nonostante il riserbo e le smentite, le Autorità di Italia e Francia sono impegnate da alcune settimane a collaborare per mettere insieme le tessere del puzzle. In questo contesto alcuni magistrati romani avrebbero interrogato di recente militari francesi riguardo ai movimenti di mezzi aerei e navali sul Mar Tirreno la sera del disastro. Un chiarimento sull’attività dell’Aeronautica transalpina è necessario anche alla luce della testimonianza di un pilota dell’Ati rintracciato per caso poco più di un anno fa, il quale ha riferito che la sera precedente il disastro sorvolò Ustica notando nell’area alcune navi tra cui una portaerei. Dopo più di tre decenni è venuto il momento di mettere la parola fine alla lunga teoria di silenzi, depistaggi e mistificazioni che nessuna “ragion di Stato” può più giustificare.