Dopo 33 lunghissimi anni, un tribunale di questa scassata Repubblica ha fissato finalmente un punto chiaro nella tragedia di Ustica. Per la Cassazione è ormai «definitivamente accertato che vi fu un depistaggio» nelle indagini sul disastro.  Ma non solo. È ora necessario un nuovo processo civile per valutare la responsabilità dei ministeri della Difesa e dei Trasporti nel fallimento della compagnia aerea Itavia. I giudici della Suprema Corte hanno dato così ragione al ricorso presentato da Luisa Davanzali, erede di Aldo, proprietario della piccola compagnia aerea fallita sei mesi dopo la tragedia. Ai Davanzali la Corte di Appello di Roma aveva sbarrato la strada alla richiesta di risarcimento danni allo Stato, nonostante i depistaggi. Per la Cassazione, invece, il verdetto d’appello «erra» ad escludere «l’eventuale efficacia di quella attività di depistaggio» e l’effetto sul dissesto. Un goccio di decenza in un mare d’omertà..

Questa è una sentenza importante poichè, dopo più di tre decenni di bugie, l’ipotesi del missile quale causa dell’abbattimento del DC9, sprofondato nel Mediterraneo il 27 giugno 1980, è «oramai consacrata» anche «nella giurisprudenza» della Cassazione.  Allo stesso tempo, quella il verdetto rischia d’essere una sentenza ambigua. Per i “supremi giudici”, dal momento che è ormai accertato il depistaggio delle indagini da parte di ufficiali dell’Aeronautica militare (ma non si accenna al ruolo dei servizi nostrani e stranieri…), stranamente diventa anche «irrilevante ricercare la causa effettiva del disastro», e questo «nonostante la tesi del missile sparato da aereo ignoto, la cui presenza sulla rotta del velivolo Itavia non era stata impedita dai ministeri della Difesa e dei Trasporti, risulti ormai consacrata pure nella giurisprudenza di questa Corte».

Insomma, sì ai risarcimenti alla signora Davanzali, no ad ulteriori investigazioni su quella terribile notte. Meglio non sapere, non toccare, non guardare. Meglio non chiedersi chi (e perchè) lanciò sul Tirreno un missile a risonanza contro un pacifico aereo commerciale. Meglio non interrogarsi sulle responsabilità dei nostri alleati, sul ruolo dei libici o porsi qualche domanda sulla parallela mattanza alla stazione di Bologna. Prudenza ci vuole… Cose delicate assai sono… Per i signori magistrati — come i vari Zanone, Giovanardi e compagnia cantante — , è preferibile il silenzio e qualche tardivo pagamento.

Uno schifo. Il tutto alla faccia della sovranità nazionale e della giustizia, senza alcun rispetto per le vittime innocenti di quella notte di giugno e, nonostante, l’inquietante scia di sangue e morte che circonda le indagini. Una volta di più dobbiamo convenire con Francesco Cossiga: “l’Italia è un Paese senza memoria”.