Stragi. Massacri. Silenzi. Morti. Tanti, troppi morti. La vicenda repubblicana e democratica italiana ricorda una via crucis dolorosa e ignobile, un cammino doloroso punteggiato da omicidi noti e meno noti, segreti inconfessati, sangue e vergogna.

Tutto iniziò a Portella della Ginestra, nella Sicilia del dopoguerra. Le bande di Salvatore Giuliano massacrarono — per ordine di chi? Segreto — i braccianti che festeggiavano il primo maggio e minacciavano il latifondo. Per “qualcuno” quella povera gente andava fermata. Intimorita. Ammazzata. In gioco non vi era solo qualche ettaro di terra arida e cattiva o una campagna elettorale, ma il posizionamento della Sicilia negli scenari mediterranei della guerra fredda.

Qualche anno più tardi, Enrico Mattei  — un italiano coriaceo e geniale — esplose in aria nel cielo di Bascapè. La sua storia è nota. Gli anglo-americani non lo amavano, i francesi d’Algeria e Parigi lo detestavano. Roma non lo sopportava. Qualcuno mise la bomba sul suo piccolo aereo — per ordine di chi? Segreto — e l’ingombrante marchigiano si disintegrò assieme ai suoi progetti terzaforzisti.

Vennero poi gli anni torbidi dei finti golpe, del “tintinnar di sciabole” — per ordine di chi? Segreto — che tanto spaventò il non eroico Nenni. Robe strane che appassionarono segmenti declinanti delle non invitte forze armate nazionali — da De Lorenzo in giù, ex badogliani o come il “suicida” colonnello Rocca personaggi dei servizi in “disgrazia” —, massoni in pensione, monarchici senza re, alcuni attivisti neofascisti (non i più intelligenti) e tanti, tanti matti. Un sociodramma degno del Tognazzi di “vogliamo i colonnelli” ma sinergico, una volta di più, ad opachi interessi endogeni ed esogeni. Non a caso Almirante — uomo acuto — recise per tempo ogni legame con Borghese e i suoi imbarazzanti congiurati.

Poi gli anni di piombo. E piazza Fontana. Peteano. Brescia. Argo 16. Bologna. Via Fani e Acca Larantia. Ustica. E ancora Bologna. Stragi. Massacri. Silenzi. Morti. Tanti, troppi morti. Le piste prima “rosse” poi divennero “nere” o s’intrecciarono in macabri caleidoscopi.

Per buona parte dei delitti più eclatanti, sfruttando la disperazione o/e l’idiozia di qualche disperato, gli inquirenti decisero che tutto era colpa di strambi gruppetti di neonazisti collusi, in nome di una ancor più stramba logica anticomunista, con qualche piccolo funzionario (spesso defunto) dello Stato o con gli ancor più spendibili “gladiatori”.

Insomma, la soluzione andava cercata in un risiko di psicopatici nostalgici, militari cretini e spioni di basso livello. Nulla di più. Su questo assioma i magistrati costruirono carriere e teoremi, celebrarono processi, massacrarono innocenti (vedi il caso Ferri a Brescia) e sentenziarono condanne improbabili, seguite il più delle volte da assoluzioni più o meno piene. Maratone giudiziarie ancora oggi, in parte, inconcluse. Vuote. Inutili. Senza alcun rispetto verso le vittime e le loro famiglie. Senza nessuna pietà per gli innocenti stritolati nelle maglie della “giustizia”.

Ora Matteo Renzi ha annunciato di voler declassificare gli atti relativi ai capitoli più tragici della sanguinosa “Spoon river” italiana. Bene. Il gesto è forte e necessario. Purtroppo tardivo e mal mirato. Qualcuno si è infatti dimenticato d’avvertire l’ipercinetico fiorentino che non vi è alcun segreto di Stato sulle stragi e tutto rischia di ridursi nello spostamento all’Archivio di Stato di un enorme carteggio di valore diseguale e impreciso sino ad oggi custodito dalle varie amministrazioni statali. In breve, una valanga di documenti provenienti da questure e uffici politici, commissariati e informatori. Tanta roba, ma non la verità.

Quella, come ricordavano il giudice Priore e Rino Formica, va cercata più lontano. Altrove. Al di là dei nostri confini. Qualcuno informi il Matteo.