Uno degli strumenti di dominio culturale più subdoli prodotti dal pensiero
dominante liberal-progressista è senza alcun dubbio il “politicamente
corretto”. Prodotto di importazione anglosassone è promosso con particolare
insistenza nei confronti dell’opinione pubblica a partire dagli anni ‘80 del
‘900, esso si prefigge in apparenza la finalità di non offendere la sensibilità
di determinate categorie umane. Questo, appunto, almeno in superficie.

Perché in realtà, con il passare del tempo, è emersa e si è manifestata con
sempre maggiore trasparenza la sua reale finalità, cioè quella di essere un
puro strumento di ingegneria sociale al servizio di una determinata visione del
mondo che, per le elites della sinistra mondiale, andava imposta
indiscriminatamente a tutta la società. Il “politicamente corretto” stabilisce
non, ad esempio, quali termini sia opportuno utilizzare per non offendere il
disabile o lo straniero, ma chi siano i “nemici” che la società deve
combattere, isolare, estromettere dalla vita politica e sociale.

Tali nemici sono andati con il tempo ad aumentare di numero, grazie a un’
improbabile terminologia costantemente in evoluzione. Una “neolingua” che non
cessa di espandersi. Si è iniziato con i “razzisti”, i “maschilisti” e i
“fascisti” per poi proseguire con gli “xenofobi”, gli “omofobi”, i “sessisti” e
via discorrendo fino ad arrivare oggi addirittura a parlare di “pedofobi”
(letteralmente coloro che temono i pedofili…).

Più la neolingua del pensiero unico si espande più i nemici della società
dominata da questo aumentano. Il “politicamente corretto” svolge così un ruolo
centrale quale procedimento integrativo di quella che viene chiamata “finestra
di Overton”, un processo che, mediante una serie di passaggi, impone alla
società un radicale cambio di visione su determinate realtà. È stato ad esempio
il caso dell’omosessualita’ e della società multietnica.

Parte importante di questo processo è il rendere ciò che in un primo momento
è senso comune, ad esempio la percezione dell’omossessualita’ come “disturbo” o
l’utilizzare il termine “negro” per i popoli dell’Africa subsaharian, come
socialmente sgradevole: gradualmente attraverso un bombardamento mediatico e
culturale chi percepisce l’omosessualità come una deviazione del comportamento
sessuale o chi si permette di utilizzare un termine, “negro” appunto, che in se
non ha nulla di offensivo, viene additato ed emarginato, creando termini ad hoc
come “omofobo” o “xenofobo”.

Tale processo, programmato e gestito con un’intensa attività di lobbying
dalle sinistre mondialiste, prova ne è il supporto, di recente divenuto
pubblico, a diversi parlamentari europei da parte delle organizzazioni del
finanziere George Soros, notoriamente impegnato in questo campo attraverso le
sue Open Society Foundation e il Soros Fund, è però ormai totalmente fuori
controllo e sta spingendo la società verso le più assurde forme di stupidità
umana.

Basti qui menzionare il recente caso di un’università londinese in cui gli
studenti si sono rifiutati di studiare i filosofi bianchi perché portatori di
una mentalità razzista o quello di Ali Michael, la professoressa americana
della University of Pennsylvania che ha scelto di non avere figli perché di
razza bianca, in segno di rispetto verso gli afroamericani. C’è poi il caso di
Marina Abramovich, l’artista che si è pubblicamente vantata del fatto di aver
abortito tre volte in ossequio all’idea di emancipazione femminile e
femminista. Sinceramente tra persone sane di mente ci sarebbe da ridere, se non
fosse che queste forme sempre più tossiche e malate vengono ormai divulgate,
grazie ai pestilenziali effetti della finestra di Overton, ai più alti livelli
della politica e della società occidentale: nei parlamenti e nelle università.

Che la strategia sia programmata da parte delle sinistre liberal di tutto il
mondo è fuori da ogni dubbio: si pensi all’utilizzo dei richiedenti asilo come
finti volontari nelle recenti tragedie del centro Italia, quando in realtà per
compiere volontariato in zone di rischio anche per un cittadino italiano sono
necessarie certificazioni ed esperienza. È chiaro che il fine fosse quello
subdolo di far passare una volta di più il messaggio dell’ineluttabilità e
della necessità della società multietnica.

Il politicamente corretto e le sue scorie, la lotta antirazzista in assenza
di razzismo o la lotta antifascista in assenza di fascismo, rimandano di fatto
a un obiettivo comune: la guerra all’identita’, alla tradizione, alla natura
per promuovere invece le dissonanze.

Anche esteticamente le scene dei gay pride, delle manifestazioni femministe,
dei black bloc non fanno che promuovere disordine e disarmonia. Quella portata
avanti da questi movimenti è dunque la battaglia del caos contro l’ordine
naturale delle cose e contro l’unita’ che sottintende a un superiore disegno di
armonia in favore dell’individuo e dei suoi magmatici capricci. È una rivolta
della materia contro Dio, se si vuole darne una lettura religiosa o contro la
natura, volendo essere più neutri.

A nascondersi dietro queste idee dalla facciata gradevole e buonista si
trovano quindi le forze del caos e dell’autodistruzione, che anelano all’
annientamento dei propri popoli e delle proprie culture.

È una guerra. E se guerra dev’essere è sciocco e antistrategico pensare di
poterla combattere sul terreno e con le regole del nemico. Quante volte
ascoltiamo rappresentanti politici o intellettuali conservatori che, di fronte
a un pubblico ampio, si esprimono secondo la prassi linguistica del
politicamente corretto per evitare critiche? Questo è del tutto sbagliato. Per
poter vincere questa guerra bisogna cambiare le carte in tavola, le regole del
gioco. Bisogna, in definitiva, ripudiare il politicamente corretto e le sue
innaturali dottrine e condurre la guerra all’attacco, non in difesa.