Il volume appare esageratamente ponderoso ma ben poco poderoso sul piano delle ricostruzioni e delle analisi, subordinate alla lezione quanto mai opinabile del prefatore, il cattolico “democratico” Andrea Riccardi.

Le 398 pagine dense di testo, articolate in 7 capitoli, sono seguite e completate da altre 60, contenenti note corpose, secondo le caratteristiche dell’opera sovrabbondanti.

Alessandro Masi, storico dell’arte e giornalista, si guarda bene dal citare e dal raccogliere le attendibili e documentate segnalazioni presenti nel lavoro di Nino Tripodi, Italia fascista in piedi! Memorie di un Littore, a proposito dei mille e mille “camaleonti”, paladini del regime e poi con facilità vassalli dei vincitori.

L’autore , comunque, a parte le vicende storiche, ripercorse in pagine miopi infarcite di luoghi comuni e di pedaggi obbligati all’antifascismo e alla sinistra, dimostra clamorosamente di ignorare la geografia, non himalayana o caucasica o australiana o andina, ma appenninica. Sui momenti dell’agosto 1943 trascorsi da Mussolini, il despota di cui si dice il male al di là di ogni immaginazione, si parla di una reclusione segreta in un rifugio “a Campo Imperatore, una delle più alte cime dei monti d’Abruzzo” e pochissime righe dopo ci si trattiene sulla individuazione “presso l’hotel Campo Imperatore, un’elegante stazione invernale costruita anni prima sulle cime d’Abruzzo”. In realtà il pianoro, conosciuto con il nome di “Campo Imperatore”, è la base di partenza per le escursioni al Corno Grande (m. 2914), la cima più elevata nel gruppo montuoso del Gran Sasso d’Italia e nell’intera catena appenninica.

Obiettività porta a sottolineare il tributo recato alle misure legislative (le leggi n. 1089 e n. 1497 del 1° e del 29 giugno 1939), che costituiscono il fondamento di “un sistema di protezione e sviluppo artistico, monumentale e ambientale di straordinaria importanza”. L’uomo politico ispiratore e promotore è Giuseppe Bottai, sul quale si dovrebbero avere finalmente studi più attenti e più misurati. Masi riconosce, forse meglio sarebbe dire, ammette che la legge n. 1089 “rimane in realtà il più importante e ambizioso monumento legislativo messo in atto da un paese europeo in materia di beni culturali” e pensare che questo “paese europeo”, dopo circa 70 anni di democrazia “antifascista”, è stata portata dai governanti di sinistra a subire la presenza di responsabili straniere in importanti musei nazionali!

Gli accenti usati ed i giudizi espressi nei confronti di Togliatti non mancano di serietà ma non possono essere in paragone con le espressioni devastanti, sistematicamente contro Mussolini. Ad esempio è accettato il riconoscimento tributato al politico piemontese con la intitolazione nella capitale di una delle arterie di più consistente traffico e di maggiore lunghezza.

Le righe di apertura della prefazione di Riccardi onestamente destano interrogativi e provocano obiezioni tutt’altro che marginali per il sovradimensionamento esternato.

A suo avviso l’arco quinquennale (1943 – 1948), preso in esame, rappresenta “un passaggio decisivo per quello che riguarda il rapporto tra arte, cultura e potere politico o, in senso più largo, tra cultura e politica. La cultura e l’arte dell’Italia repubblicana non si reinventano con la nuova democrazia, ma si delinea una stagione tutto diversa, molto significativa, in cui intellettuali e artisti si ricollocano o trovano un loro spazio, se non una loro funzione”. Sinceramente ha fondamenti fragili e limitati l’avviso esso costituisca “la lunga stagione della nostra storia, in cui il rapporto tra politica e cultura è stato sì complesso, ma anche decisivo e fondante. La politica e i grandi partiti repubblicani hanno avuto bisogno della cultura o almeno di motivazioni ideologico – culturali per legittimarsi o per motivare le loro scelte e i loro cambiamenti. La cultura ha un suo spazio nel consenso democratico”.

E’ davvero faticoso sottoscrivere considerazioni di tale portata, dal momento che tutti abbiamo ricevuto dalla scuola, dalla cultura nel suo insieme più grintoso ed arrogante, dalla grande stampa e con una lievitazione di giorno prima strisciante e poi vistosa, dalla radio e dalla televisione, riscontri forti e decisi dell’impossessamento da parte del PCI e della sinistra radicale.

Gli altri “grandi partiti repubblicani” si sono limitati a guardare, preoccupati unicamente di soddisfare il proprio elettorato nelle esigenze materiali.

 

 

 

 

ALESSANDRO MASI, Idealismo e opportunismo della cultura italiana 1943 – 1948, prefazione di Andrea Riccardi, Milano, Mursia, 2018, pp. 485. €22,00.