Prima di esaminare il libello della Colarizi, meritano essere vagliati 4 esempi, 4 prove del fallimento radicale e cocente di quegli anni, osannati ed enfatizzati per le catastrofiche novità recate e per le riforme altrettanto negative imposte (esempio tra le tante, la psichiatrica e la sanitaria). Sabino Cassese ha rilevato – segno di un deterioramento congenito, impensabile per la Colarizi – che “proprio quando i partiti si appellano al mitico popolo, il popolo si allontana dai partiti”  e più avanti, alla faccia della presunta democrazia, costruita correggendo gli errori del passato, ha notato la sostituzione – mutamento non da poco – delle vecchie macchine con un “uomo solo al comando”.

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Galli della Loggia, dal canto suo, pur guardando favorevolmente alla fatica letteraria di Marco Follini sulla stagione democristiana della Prima Repubblica, non esita a denunziare, in un altro editoriale, inerzia ed indifferenza nella “nostra classe dirigente”, tali da creare “l’inciviltà diffusa”. Negli scorsi giorni è stato presentato su una delle reti Rai il film “Giorgio Ambrosoli. Il prezzo del coraggio”, in cui è stata ricostruita una delle mille e mille vicende misteriose, ancora irrisolte, del regime democratico postbellico, davvero non corretto e non emendato , anzi, “dal salto dell’Italia nella modernità”, consentito – ad avviso, del tutto infondato, della Colarizi – dalle “generazioni maturate negli anni Sessanta e Settanta”.

Da ultimo il presidente della Repubblica, a parte i suoi “atti di fede” criticabili nell’ Europa e sulle autonomie, in realtà dai risultati disastrosi e disgregatrici dell’unità nazionale, ha richiamato i “responsabili della cosa pubblica all’impegno di agire nell’unico e solo segno del bene comune”. Questo è il quadro, ben più complesso e delicato di quanto in estrema diplomatica sintesi delineato dal cattolico democratico Mattarella.

Sia nella premessa sia nei 3 capitolo del tomo, scanditi cronologicamente (1960 – 1969, 1969 – 1976, 1976 – 1979), si decantano le utopie, le velleità, le assurdità devastanti agitate e purtroppo, a causa della debolezza e dell’insipienza dei partiti dell’”arco costituzionale”, molto spesso poste in pratica. L’Autrice si produce, pagina dopo pagina, in una cavalcata irriflessiva ed una rivisitazione acritica delle misure proposte e delle riforme varate. Nelle righe finali è dell’avviso che “tuttavia un rilancio dell’istituzione parlamentare passava da un cambiamento profondo dei partiti che nella loro identificazione con lo Stato, avevano abdicato al ruolo di canali politici e organizzative per collegare le istanze della società alle istituzioni. Si era così determinato un cortocircuito alla base di quella crisi di rappresentanza destinata a durare nel tempo, ben oltre gli anni Settanta”,

Se la “crisi di rappresentanza” è provata senza equivoci dall’incremento vertiginoso tanto costante quanto principalmente convinto dell’astensionismo, un rimedio non potrà certamente essere costituito dal taglio nel numero dei parlamentari, misura qualunquistica, senza offesa per il povero Guglielmo Giannini, dagli irrisori risparmi di bilancio (- 5,5%), preludio della c.d. “democrazia diretta”, parto della fantasia grillina, aspetto e pericolo sfuggito alla destra di FdI e alla Lega.

                                                                                   

SIMONA COLARIZI, Un paese in movimento. L’Italia negli anni Sessanta e Settanta, Bari- Roma, Laterza, pp. 168. €18,00.