Per chi scrive un piccolo divertimento, nei mesi scorsi, è stato rappresentato da due giochi a quiz di Canale 5: “Avanti un altro”, condotto da Paolo Bonolis, e “The Wall”, da Gerry Scotti. Identico il livello, bassissimo, dei partecipanti; agli antipodi l’approccio dei presentatori. Caustico Bonolis, tutt’altro che timido e restìo nel rinfacciare ai concorrenti non tanto l’ignoranza crassa e abissale, quanto la stupidità; pacioso e buonista Scotti, che non ne fa loro delle colpe, e anzi imbastisce arringhe lacrimose in loro favore (quanti sacrifici hanno fatto, che vita faticosa conducono, quanto meriterebbero un premio, come useranno bene i soldi vinti…); fin troppo ovvio a chi vada la preferenza dello scrivente.
La sera di mercoledì 19 agosto, a “The Wall” partecipava una coppia di maturi (in senso anagrafico, non cognitivo) coniugi; lei, la solita replica di Ursula (la cattivona della “Sirenetta” Disney); lui, un volto inespressivo incastrato sopra una di quelle cravatte a righine, le parodie delle regimental che tanto garbano ai bancari. Con l’eventuale vincita lei sperava di pagarsi la laurea (come Bossi jr.?), lui il trapianto di capelli negli Emirati Arabi, meta prediletta dal turismo analfabeta dei selfie davanti alla Vela di Dubai. Ultima domanda, facilissima: chi è il personaggio biblico raffigurato da Michelangelo, nella Cappella Sistina, nell’atto di sfiorare col dito indice quello di Dio. Adamo, Giacobbe, Isacco, Mosè? Lei non lo sa; lui, con “assoluta certezza” (sarebbe da scrivere un saggio sull’abuso del concetto di “assoluto” e dell’avverbio “assolutamente sì/no” – degno compagno dell’aberrante consuetudine di cominciare le frasi con “allora”).
Quando, e non erano tanti anni fa, a catechismo si insegnava qualcosa, si rendevano chiari ai bimbi almeno dei concetti base. Quello, per esempio, che il primo uomo è stato (stando, almeno, alla Bibbia) Adamo. L’immagine michelangiolesca è poi celeberrima, raffigurata, anche modificata scherzosamente (spesso senza far ridere nessuno), un po’ dappertutto: immagini pubblicitarie, servizi del telegiornale, quotidiani cartacei, film e videoclip, copertine di libri e riviste… insomma i partecipanti non hanno saputo rispondere a una domanda alla quale qualsiasi bambino, o comunque l’uomo della strada, potrebbe dare la soluzione giusta. Non essere capaci dell’ovvio non fa scandalo, non suscita riprovazione, o magari compassione.

I due coniugi sono stati premiati non come sarebbe stato legittimo (gogna, sputi e gatto a nove code), ma con un assegno da 22mila euro (la “sciura” nemmeno aveva capito bene l’importo). In un episodio del glorioso (e decaduto) cartone animato sull’eponima famiglia statunitense dalla pelle itterica, i Simpson capitavano a partecipare a un quiz televisivo a premi, in Giappone. Il conduttore li ammoniva: non premiamo la sapienza… puniamo l’ignoranza. La puntata di “The Wall” avrebbe dovuto terminare non con Scotti a elargire loro un premio, ma con Bonolis a sbeffeggiarli e, perché no, schiaffeggiarli. Non denaro, ma pubblico ludibrio. Intanto la sciùra si sarà iscritta all’università: il guaio è che in qualsiasi ateneo italiano del 2020 ci si può laureare senza sapere chi sia il co-protagonista della Creazione michelangiolesca. Anche in lettere, anche in storia dell’arte.

A proposito di arte. Non mi affascina il mito dell’imprenditore di successo, che col berlusconismo ha tanto attecchito (curiosamente, anche fra tanti che non hanno mai assunto alcuna iniziativa in vita loro). Per carità, il rispetto per il lavoro altrui è cosa dovuta, ancora più per quello di qualità. Essendo prossimo al fondatore di Jakala, so bene quanto lavora e a quali livelli, e questo mi obbliga a riconoscere una forma di rispetto; poi però Jakala investe nella realizzazione d’un abominio come Immuni, e l’incanto svanisce.
Ciò detto: non ho il mito del grande imprenditore, ma per Chiara Ferragni ho rispetto. Non è un mio punto di riferimento, né concreto tantomeno ideale: mi rendo conto che produca fuffa ben confezionata. Però è chiaro che dietro ci siano del talento, tantissimo lavoro e una certa (sembrerà paradossale) qualità: che qualcosa sia molto venduto non è indice di qualità (altrimenti Madonna non avrebbe venduto dischi a vagonate, i film degli Avengers non farebbero sfracelli al botteghino, il Movimento Cinque Stelle non avrebbe ottenuto il 32% alle elezioni politiche del 2018); stabilire però un successo forte e saldo è ben altro mestiere.

Chiara Ferragni non è una delle tantissime “influencer” che sprecano la giornata a cercare attenzioni senza distinguersi l’una dall’altra: è il modello che esse seguono – modello sì, d’un fenomeno subumano, ma d’altro livello rispetto alle seguaci. Comunque sia lavora e crea lavoro: per dirla da milanese fattura, crea ricchezza. I mali dell’Italia e del mondo contemporaneo sono altri.
È successo che Chiara Ferragni si sia fatta fotografare agli Uffizi. Due le polemiche al riguardo: quella, minore, riguardo la qualità della foto – la Ferragni è una bellissima ragazza, ma ultimamente si è involgarita (chi va con lo zoppo…), e gli scatti fiorentini ne sono una conferma (più in profondità: ha limitato, in linea con una pessima consuetudine, la galleria a sfondo delle foto; infatti si è messa di fronte, e non di fianco, alla “Nascita di Venere”, nascondendo buona parte del dipinto); e un’altra, culturale. Perché nelle settimane successive (al netto della penuria di visitatori che, a causa del Covid, sta affliggendo le città d’arte – disastrosa la situazione, sempre a Firenze, del bellissimo Museo dell’Opera del Firenze, che proprio questa estate avrebbe festeggiato i 400 anni della cupola di Brunelleschi, e invece affronta un terribile calo negli incassi) gli Uffizi hanno avuto una visibilità finora, è brutto dirlo, inedita; e hanno registrato un aumento delle visite fra gli Under 35. Molti dei quali prima non solo non avevano mai avuto intenzione di visitarlo: nemmeno avevano la più pallida idea della sua esistenza.
Si direbbe: grazie signora Ferragni in Lucia: dopo aver fatto sparire Fedez nel limbo del titolo “marito di…” (un po’ come fece – con le dovute proporzioni – Audrey Hepburn con Mel Ferrer), ha portato uno dei più grandi tesori italiani all’attenzione di giovani e giovanissimi. No, qualcuno – i soliti invidiosi – attaccano la biondina piacentina (che dal canto suo si scopre cantante, in “Non mi basta più”, orrendo duetto con Baby K, rapper romana-singaporiana con già all’attivo “Roma-Bangkok”, canzonaccia nella quale Giusy Ferreri registrava il vocalizzo più brutto della storia della musica leggera italiana): come si permette di farsi fotografare di fronte alle deità botticelliane, così mal vestita, così poco vestita. Discorso che sarebbe noioso, fatto da intenditori; da parte di chi si limita al contrasto arte alta vs. influencer per riflesso condizionato, senza aver mai osservato un dipinto in vita propria, diventa patetico (perché chi ha sbraitato “manco sa cosa siano quei quadri” non è Berenson né Panofksy).
Ci si scandalizzi sì, ma non per la Ferragni che si fa ritrarre davanti ai Botticelli. Piuttosto, per tutti quei giovani, ma adulti, che prima del “post” non sapevano che esistessero gli Uffizi (nozione che si dovrebbe dare per scontata già in un bambino) – facenti parti di quella generazione che gli imbonitori alla Severgnini definiscono “la più istruita di sempre”, e giù bugie come quella dei “millennial” dotati di più informazioni dei migliori eruditi del Sei e Settecento. Se tantissimi adolescenti, ventenni e trentenni italiani del 2020 scoprono gli Uffizi perché la Ferragni ci si fa un paio di foto, la colpa non è della Ferragni, ma d’un sistema scolastico smantellato almeno a partire dal 1968, e dell’egemonia culturale d’una sinistra i cui corifei, a parte compiacersi dell’auto-attribuito titolo di “intellettuali” col ditino puntato, cultura non ne fanno.
Da che è successo l’episodio, sui giornali a tiratura nazionale si vedono inserzioni pubblicitarie degli Uffizi (un po’ come quando il rampollo della famiglia Giuliani picchiò Emilio Fede, e per mesi su Repubblica, sulle pagine calcistiche, accanto alla classifica di Serie A appariva l’inserzione dell’Amaro Giuliani). Buona trovata, ma se una “influencer” ha dato alla galleria una visibilità che questa non aveva ancora ottenuto da qualche anno a questa parte, in sovrintendenza ci si deve porre qualche domanda.

A proposito di egemonia culturale: YouTube mi propone un video: “Bettino Craxi – Conversazione con…”: intervista collettiva presentata da Carlo Gregoretti, risalente al 1983. Il Cinghialone circondato da Alberto Ronchey, Renato Guttuso, Giorgio Strehler, Alberto Arbasino, Lucio Dalla. Tutti incravattati a parte Dalla, in un salotto elegantissimo, con le pareti coperte di quadri, avvolto in una nube di fumo di sigaretta (un crimine, fra tutti quei dipinti); espressioni altezzose, Strehler col sopracciglio alzato, Arbasino col suo birignao, Ronchey (che a Craxi era piuttosto inviso) ridacchia, Guttuso fa lo stanco della vita. Con le riserve e le distanze che si possono avere, sono nomi che oggi fanno paura: il più “leggero” è Dalla, che in un salotto di oggi sminuirebbe chiunque. Ronchey, Guttuso, Strehler, Arbasino, Dalla. Oggi chi parteciperebbe a una conversazione analoga? Augias, Raimo, Saviano, Canfora, Scalfari? Radunati intorno a chi, Giuseppe Conte? Matteo Renzi? Il fratello dell’attore che fa Montalbano? Chi sia particolarmente masochista, ancora su YouTube può guardare Arbasino che intervista Borges, nel 1977. Oggi che incontro si potrebbe filmare? Fazio intervista i Wu Ming? La Murgia si lamenta con Zerocalcare dell’esistenza dei fascisti? Diego Bianchi fa una gara di rutti con Fabio Volo?

Le sorelle Elga e Serena Enardu, ex partecipanti di reality show (sì, la loro qualifica migliore è questa), sono state fotografate al compleanno della loro personal trainer: sulla torta, una bandierina con la svastica. Alle polemiche di chi, come loro, passa il giorno sui social network, si sono giustificate dicendo: non sapevamo cosa fosse.
Nell’Italia del 2020, non sapere cosa sia una svastica e cosa sia stato il nazismo è una giustificazione – con buona pace dei progressisti che ripetono per riflesso condizionato “siamo nel 2020, non nel Medioevo”.