“Una via Almirante a Verona? Oh, povera strada! Mi chiedo se sia lo stesso Comune. Le due scelte sono di fatto incompatibili, per storia, per etica e per logica. La città di Verona, democraticamente, faccia una scelta e decida ciò che vuole, ma non può fare due scelte che sono antitetiche l’una all’altra. Questo no, non è possibile!”

Così la Senatrice Liliana Segre ha commentato la decisione del consiglio comunale di Verona che ha deciso di intitolare una strada al segretario del MSI e di conferire a lei la cittadinanza onoraria, ritrovandosi così oggettivamente coinvolta in una in banale polemica politica locale di bassa lega.

Come ha già osservato su queste pagine Eugenio Pasquinucci, ci si può solo rammaricare del fatto che una figura di altissimo profilo morale, testimone di una storia terribile, che dovrebbe essere esempio, monito e patrimonio di tutti vemga oggettivamente strumentalizzata per fini di parte.

La Senatrice Segre non sembra seguire l’esempio del più grande testimone dell’Olocausto, Elie Wiesel sopravvissuto ad Auschwitz, unico della sua famiglia, per tutta la vita implacabile testimone d’accusa, senza sconti per nessuno, del genocidio degli ebrei d’Europa, dei suoi responsabili, delle complicità, dei silenzi e dell’indifferenza che lo resero possibile.

Altrettanto determinato, però, nel denunciare tutti i genocidi, di qualsiasi colore fossero ogni volta che se verificasse uno o se ne intravvedessero le condizioni che potevano renderlo possibile: l’indifferenza, l’intolleranza e l’ingiustizia.

Cambogia, Bosnia, Ruanda, Kosovo, Sudan, Siria, Darfur, il genocidio armeno il dramma dei desaparecidos argentini, senza dimenticare “Gli ebrei del silenzio”, cioè quelli perseguitati in vario modo dal regime comunista sovietico, descritti nel suo famoso libro così intitolato, per la libertà dei quali si era sempre battuto con determinazione.

“Non avrei mai creduto, allora, che un giorno milioni di ebrei russi avrebbero vissuto liberi in Israele”, dirà molti anni dopo.

Proprio per questo era detestato sia dagli antisemiti di destra, che lo definivano “mentitore” e “mercante della Shoah”, che da quelli di sinistra che lo accusavano di essere un “sionista” complice del “martirio dei palestinesi”.

Un rischio che la senatrice Segre non correrà avendo sino ad ora, almeno da quello che si legge e si può capire dai tanti resoconti più o meno interessati, collocato il male solo da una parte involontariamente ricadendo forse nella situazione descritta dallo storico dell’Olocausto Alvin Hirsh Rosenfeld nel suo famoso e provocatorio saggio “The end of the Olocaust “ secondo il quale la Memoria rischia di essere trasformata “in intrattenimento popolare e in una forma di liturgia teologica, persino in una banale piattaforma di educazione civica”.

Di certo la triviale gazzarra di Verona sulla figura Almirante alimentata, come in altri casi analoghi, da ignoranza faziosità e provincialismo strumentalizza a fini di bassa polemica politica locale un tema importante che meriterebbe ben altro rispetto e riguardo.

Alessia Rotta, mediocre figurante della politica già velina renziana ora vice capogruppo del PD alla Camera, sbraita per quello che ritiene un “vergognoso doppiogiochismo” (cioè la via ad Almirante e la cittadinanza onoraria alla senatrice Segre), un attentato “alla dignità e al prestigio una città democratica e antifascista” e definisce (sbagliando) il segretario del MSI “firmatario del manifesto della razza del 1938”.

Le fa eco la sconosciuta associazione (pseudo) culturale “La città che sale” (povero Boccioni!), che dichiara di riconoscersi in un “orizzonte politico-culturale liberaldemocratico, senza pregiudizi, ancorato a parole chiave come Europa, innovazione, internazionalità, diritti umani, libertà civili, sviluppo sostenibile“, cioè più o meno nell’aria fritta, e che mostrando grande ignoranza dei fatti e della storia si rivolge addirittura al prefetto chiedendo l’annullamento della decisione della giunta comunale definendo comicamente Giorgio Almirante “uno dei responsabili diretti” “di uno dei più abominevoli regimi politici novecenteschi”.

Secondo i dopolavoristi culturali veronesi la vita, le scelte, i valori e le azioni del segretario del MSI, “non sono state in nessun caso, né durante il fascismo, né durante la Repubblica, testimonianza dello sviluppo materiale e civile, requisito esplicitamente previsto dalla normativa comunale” per l’intestazione di strade.

Impossibile non constatare amaramente il contrasto stridente tra la nobiltà della causa e la miseria di certi compagni di strada.

La figura di Giorgio Almirante non ha bisogno di avvocati difensori o di apologia a buon mercato, ma qualche cosa agli isterici ed ignoranti antifascisti veronesi ed anche, con il massimo rispetto, alla senatrice Segre bisogna pur ricordarla.

Ad esempio, per la precisione storica, che Almirante non è affatto un “firmatario del manifesto della razza del 1938”. I “firmatari” erano solo i 10 professori universitari che avevano elaborato le teorie pseudo scientifiche contenute nel manifesto stesso. Almirante allora era solo il giovane segretario di redazione della rivista che il 5 agosto 1938 ripubblicò il manifesto che era già apparso senza firme sul Giornale d’Italia il 15 luglio.

Il suo nome compare invece nell’elenco, redatto successivamente e via via aggiornato, dei cosiddetti “aderenti” a vario titolo all’infame manifesto, dove il nome di Almirante si trova tra quelli di qualche centinaio di scienziati, politici, intellettuali, artisti come Piero Bargellini, Giorgio Bocca, Amintore Fanfani, Agostino Gemelli, Giovanni Gentile, Luigi Gedda, Giovannino Guareschi, Mario Missiroli, Romolo Murri, Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Gaetano Azzariti (il presidente del Tribunale della Razza che nell’Italia democratica diventerà presidente della Corte Costituzionale).

Per non parlare delle posizioni di altri “insospettabili”, come Giovanni Spadolini o Eugenio Scalfari.

Andrebbe poi precisato che nel dopoguerra anche Almirante, come tutti gli altri citati, ripudiò senza riserve quella scelta giovanile, entrando per questo in polemica con Julius Evola, ma a differenza degli altri mantenne la coerenza politica che poi è il motivo per il quale le posizioni degli altri sono state perdonate e le sue no.

Senza dimenticare il rapporto con Emanuele Levi, che Almirante durante la RSI salvò nascondendolo assieme alla famiglia, che ricambiò poi nascondendo Almirante dopo il 25 aprile e il suo fermo e incondizionato sostegno alla causa di Israele.

Rispettato da avversari illustri del calibro di Berlinguer, Pajetta e Napolitano, che da presidente della Repubblica così si esprimeva nel 2014 in occasione del centenario della nascita: “Giorgio Almirante è stato espressione di una generazione di leader di partito che, pur da posizioni ideologiche profondamente diverse, hanno saputo confrontarsi mantenendo un reciproco rispetto, a dimostrazione di un superiore senso dello Stato che ancora oggi rappresenta un esempio” resta uno dei più importanti leader politici del dopoguerra

Fatti e giudizi evidentemente ignoti ai politicanti veronesi, agli sconosciuti della insignificante associazione culturale e a quanto pare anche alla Senatrice Segre.

Oltre al disgusto per la squallida polemica locale, resta il rammarico per l’occasione perduta: un atteggiamento diverso, più coraggioso e meno conformista, da parte della senatrice avrebbe rappresentato per tutti un significativo e inedito gesto di pacificazione in un momento in cui ce ne sarebbe molto bisogno. Un gesto che avrebbe sicuramente accresciuto l’ autorevolezza morale e il prestigio di una figura che dovrebbe essere di tutti e rappresentare tutti. 

Purtroppo non è andata così.