Texas 1934: la governatrice del Texas, Miriam Ferguson, esasperata per la scia di omicidi che Bonnie & Clyde, con la loro Barrow Gang, lasciano dietro le loro scorribande negli Stati Uniti meridionali, accetta suo malgrado di convocare Frank Hamer, ex Texas Ranger, felicemente sposato e malinconicamente pensionato. Bolso e lento, compra un arsenale e, assieme a Maney Gaunt, un ex collega come lui malconcio soltanto all’apparenza, si mette sulle loro tracce: assieme a quattro poliziotti, formeranno il posse comitatus che tenderà, in Louisiana, l’imboscata a due dei più celebri “nemici pubblici” della storia americana.

Già all’epoca, Bonnie & Clyde furono al centro d’una forte attenzione mediatica, rivolta più al loro aspetto glamour che a quello criminoso; attenzione che distorse i fatti, creando un’isteria collettiva e l’idolatria di chi li considerava dei novelli Robin Hood, rapinatori delle banche che spremevano fino all’osso i lavoratori già ferocemente colpiti dalla Depressione, e perciò vendicatori degli oppressi. Eppure, i bersagli prediletti della Barrow Gang , capace di uccidere per pochi spiccioli, erano proprio i proletari: botteghe, negozietti, privati cittadini isolati, agenti di polizia (con famiglia a carico). Distorsione proseguita con Gangster Story, il comunque bel film (con un ottimo cast di comprimari, a fronte di due protagonisti imbambolati) di Arthur Penn; tanto che Gladys Sims e Frank Hamer jr., vedova e figlio del leggendario Texas Ranger, denunciarono la Warner Bros.

Nel film del 1967, Frank Hamer senior è una figura caricaturale, un pallone gonfiato in cerca di vendetta dopo un’umiliazione subita dai due affascinanti criminali. Gangster Story era però un film dell’immediato pre-’68, un prodotto della Hollywood ribellista; era perciò calato nell’ottica della Barrow Gang.

Highwaymen invece, film realizzato nel 2018 dalla Universal e distribuito non in sala, ma su internet nel 2019 da Netflix, oltrepassa la barricata e rende giustizia a una piccola, grande figura della storia americana. Kevin Costner, non più il divo belloccio di Robin Hood (quello di Nottingham!), né la star capricciosa di Un mondo perfetto, altro film sull’America profonda (all’apice della fama – era il 1993 –  abbandonò il set; tornato a fine giornata, scoprì allibito che le riprese erano proseguite; Clint Eastwood, regista e interprete proprio d’un Texas Ranger, gli disse con voce calma: il film si fa anche senza di te… sembra che da allora Costner abbia guardato il mondo con occhi diversi), è ottimo, col suo fisico appesantito e il suo sguardo stanco, per rendere giustizia a una figura degnissima di rispetto. Perché Frank Hamer, a dispetto del suo indegno ritratto nel grande film di Penn, è stato davvero un eroe americano.

John Lee Hancock, già sceneggiatore per Eastwood, oltre che di Mezzanotte nel giardino del Bene e del Male (altro incubo ambientato in Louisiana) proprio di Un mondo perfetto, e qui regista, è bravo a disegnare, attorno a un attore che come il suo personaggio non si è rassegnato a starsene ritirato, questo spaccato di America devastata (terrificante il passaggio dei due ranger in un miserevole sobborgo di Dallas, fra redneck che guardano una busta di tabacco come fosse piena d’oro, ragazze ammattite dal degrado e bambine che parlano solo con le bambole). Realizzatore, in tutti i suoi film, di ritratti americani più o meno gloriosi (Un sogno, una vittoria: il giocatore di baseball Jim Morris, l’epopea di Alamo, The Blind Side: il campione di baseball Michael Oher e la sua madre adottiva e manager, Saving Mr. Banks: Walt Disney, The Founder: Ray Kroc, patron di McDonald’s), ritrae bene, con rigore cronachistico e stile scarno (soli elementi decorativi, certe inquadrature della bellissima Ford, prestata con troppa fiducia dalla signora Hamer, avvolta dagli struggenti paesaggi della provincia USA tra semplicissimi e meravigliosi effetti di luce), l’avventura di questo discretissimo super-poliziotto che senza rambismi di contorno o fanfare retoriche si pone al servizio d’una missione, facendo rifornimento di armi come un chirurgo dispone i suoi ferri sul tavolo operatorio.

Tanta violenza, nessun compiacimento. È tutto coerente e misurato, si fa partecipare lo spettatore a un dramma umano collettivo senza fare pornografia del dolore. Si guarda tutto come fa Hamer: con terribile serietà. Tutto splendidamente riassunto dal confronto tra il grande ranger e il padre di Clyde: il cacciatore e il genitore della sua preda che si parlano con semplicissima profondità e profondissima consapevolezza, entrambi con grande rispetto del dolore dell’altro – il poliziotto stanco di sangue e il padre che deve convivere con la certezza del lutto imminente.

La caciara è tutt’attorno: dai maneggi con la stampa di “Ma” Ferguson, a Henry Ford che diffonde via stampa le lodi rivolte da Clyde Barrow a una sua automobile, ai giornali che offrono soldi in cambio di dettagli della mattanza (come Minoli imitato da Guzzanti: vogliamo vedere, vogliamo sapere, togliete quelle bende), al culto divistico attorno a Bonnie & Clyde – è tutto realmente accaduto: le scritte di incoraggiamento, il tifo da stadio, le adunate intorno ai loro avvistamenti, perfino l’orribile spettacolo da Grand Guignol dell’assalto all’automobile crivellata per avere reliquie dei due gangster – qualcuno si accontentò di brandelli d’abbigliamento, altri strapparono parti organiche.

Il film è serio, discreto, persino elegante, anche quando deve raccontare questo episodio di sbracata isteria collettiva. Non scivola negli effettacci o nel sensazionalismo: persino la scena più truce – l’imboscata – è narrata, nel suo obbligato orrore, con tragica compostezza. Non c’è nessuna esaltazione, nei poliziotti che riversano oltre mille pallottole sull’automobile con a bordo i due gangster; stanno solo facendo il loro dovere, e non sono contenti che questo comporti uccidere, anche due criminali – lo ripetono in continuazione: non dobbiamo essere come loro. Loro sparano in faccia a un padre di famiglia riverso a terra, noi spariamo perché deve essere fatto.

Al bel medaglione di Frank Hamer si affianca la simpatica figura del suo comprimario, Maney Gault, nonno che si toglie (letteralmente) il pane di bocca per darlo al nipotino, intepretato da Woody Harrelson. Con loro Kathy Bates nel ruolo della governatrice e John Carroll Lynch, già parrucchiere amico di Eastwood in Gran Torino. Rimarchevolissima la ricostruzione d’epoca: scenografie, automobili, vestiti… particolarmente nutrito il plotone dei costumisti, e il risultato della loro maniacale precisione si vede.