L’asse turco-qatariota si  conferma e si solidifica sulle coste del Mar Rosso. Obiettivo la strategica isoletta sudanese di  Suakin, un tempo fiorente emporio ottomano ma ormai da secoli in decadenza. Nella sua visita a Khartoum lo scorso gennaio, Erdogan si è impegnato a ristrutturare l’assai malandato centro urbano e a finanziarne lo sviluppo turistico in cambio dell’installazione — con un contratto di 99 anni — di una grande base militare. Poche settimane dopo il Qatar ha stipulato con il Sudan un accordo del valore di 4 miliardi di dollari per la riapertura del porto di Suakin. Il progetto, che dovrebbe terminare nel 2020, sarà realizzato in partnership: il Qatar finanzierà il progetto in toto, ma il Sudan manterrà il 51% delle azioni e dei profitti che deriveranno dalla gestione dei traffici commerciali che faranno capo al nuovo scalo.

La nuova alleanza tra Sudan, Turchia e Qatar — ricordiamo tre sponsors dei Fratelli musulmani — ha provocato immediatamente reazioni nell’instabile regione. L’Egitto, già ai ferri corti con il suo vicino  per la gestione delle acque del Nilo, ha richiamato al Cairo l’ambasciatore. Molto critica (e preoccupata) anche l’Eritrea ormai schierata con l’Egitto e gli Emirati arabi (Asmara  ha concesso agli Eau il porto di Assab e una base militare nelle vicinanze). Khartoum a sua volta ha accusato gli eritrei  di ospitare un contingente egiziano a Sawa, presso confine sudanese e ha schierato migliaia di miliziani delle Rapid Support Forces nella zona di Kassala.