Mentre vagavo con la fantasia sul fatto che Salvini si scontra con il Papa e con i vescovi sulle noiosissime questioni dei migranti, del decreto sicurezza ed altre italiche emergenze, ho sognato una riedizione di Porta Pia. I nostri bersaglieri all’attacco del Vaticano: tanto le guardie svizzere – portatrici di quella civiltà elvetica che alla Storia ha lasciato solo il formaggio con i buchi e l’orologio a cucù – mica infilzerebbero con le loro alabarde i fanti piumati. Poi, una volta superata la muraglia di dodici metri, adibire il sito a centro di accoglienza e sistemare i poveri diseredati nei palazzi vaticani e negli attici cardinalizi. Prima suggestione surrealista.


La seconda riguarda il “caso Polidori”, il ruvido vice sindaco di Trieste che ha sgombrato da via Carducci gli stracci del (molto molesto) clochard rumeno. Tolta la patina sentimental-discutibile del gesto, mi pongo alcune domande. Perché il presidente della comunità rumena non prende totalmente in carico il povero connazionale? Per fare i famosi conti della serva: se 200 rumeni dessero 10€ al mese, il barbone non sarebbe più tale con 2000€ in tasca e la solidarietà sarebbe concreta. E che dire dei perbenisti appiccicosi che gli rifilano coperte lasciandolo al freddo? Mi immagino i triestini amorevoli e religiosamente sofferenti concorrere per sistemarlo in albergo o, ancora più cristianamente, portarlo a casa propria.


La terza suggestione surrealista me l’ha procurata il “caso Asquini”, l’assessore di Monfalcone colpevole di una poesiola “xenofoba” (?). Fermo restando la criticabilità politica della filastrocca, di discutibile metrica senza troppo indagare su significati, significanti, topoi, simbolismi ed altri elementi di analisi poetica, quello che mi ha colpito è il grido: “Quo usque tandem abutere, Asquini, patientia nostra?, che con irreprensibile veemenza è proferito dal consigliere Cicerone, in arte Del Pizzo, a denunciare al pubblico ludibrio l’assessore Catilina, in arte Asquini. Anche qui mi salta alla fantasia una surreale conclusione. Il Del Pizzo che posta una denuncia poetica riadattata da “La canzone di Legnano” del Carducci – tanto per restare in tema leghista – per sputtanare il prode Asquini, e poi si dimette, disgustato da una simile presenza. Questo sì che sarebbe un atto di valenza storica!


La quarta suggestione – questa surreal-futurista – sarebbe un bel suicidio collettivo, tipo i 909 membri del “Tempio del popolo” in Guyana guidati dal reverendo Jim Jones, di un migliaio di quelli che, sopraffatti da una vergogna nichilista, decidono di immolarsi per gli abitanti di Amatrice e del reatino, abbandonati al gelo dal clero sovversivo e dai laici agitatori, invece che strarompere i coglioni per quattro clandestini a mollo nelle acque territoriali e rifiutati da tutti.
Insomma, questi psichedelici quadretti mi sono apparsi impunemente. Ma niente di ciò che ho delirato si avvererà. Perché, senza scomodare il defunto Francesco Cossiga al quale è stato attribuito il famoso aforisma dei froci e del culo altrui – anche per non incorrere nell’inquisitorio politicamente corretto –, preferisco riassumere il clima mentale degli attuali censori e moralizzatori finto-rivoluzionari, con le parole più eleganti e colte di Ennio Flaiano: “Molti vogliono la rivoluzione, ma preferiscono fare le barricate con i mobili degli altri”.