L’amico Marco Valle mi sollecita a intervenire per commentare l’articolo che Marcello Veneziani ha pubblicato – sul “Giornale” del 17 febbraio e ripreso da Destra.it nella Rassegna stampa – sul tema della “cultura di destra”.
In realtà, mi trovo in imbarazzo, per varie ragioni. In primo luogo, perché penso che il continuare a fare ricorso alle categorie di destra e sinistra sia quanto di più vetusto e fuori luogo possa esistere. E’ vero che Veneziani fa tutta una serie di condivisibili precisazioni, parlando di una galassia culturale multiforme, etc. etc. Ma io ritengo semplicemente che destra e sinistra non esistano più, direi neppure a livello politico, e certamente non a livello culturale. Se guardo ai soggetti che maggiormente ho citato nel mio blog o su Facebook in questi ultimi mesi, a parte il mio amatissimo Nietzsche e l’amico Alain de Benoist, trovo di tutto e di più, da Karl Marx a Ezra Pound, da Diego Fusaro ai rappresentanti del più radicale pensiero individualista e libertario.
Non credo che ciò sia avvenuto a caso, ma perché le linee divisorie oggi passano, a mio parere, altrove, in particolare – e questa la ritengo una distinzione fondamentale – tra coloro che accettano il mondo così com’è (che si dividono a loro volta in dominanti e dominati) e coloro che non lo accettano, che ormai oggi, dovunque si trovino, qualsiasi cosa facciano e come la facciano, sono miei fratelli.
Ci troviamo di fronte a una deriva totalitaria, di totalitarismo democratico e riduzionistico, di dimensioni impressionanti, che sta distruggendo le nostre personali esistenze. E’ in gioco la nostra libertà e un futuro dell’umanità che non risulti fin troppo simile ai peggiori incubi prospettati da Huxley o Orwell.
Su questo sfondo, parlare di “pensiero di destra” e invitarlo a “fare autocritica” mi pare assolutamente legittimo, ma solo ed esclusivamente in una logica personale, non certo politica o metapolitica.
Il centrodestra – intendendo con questo i governi guidati da Silvio Berlusconi – è stato al governo in Italia, pur con ampie interruzioni, per circa un ventennio. Io stesso ho creduto nella possibilità di un cambiamento e, per poco più di un anno, dalla fondazione al marzo del 1996, sono stato membro dell’Assemblea Nazionale di AN. Poi, quando ho visto che nulla era cambiato, se non in peggio, sono uscito senza sbattere la porta e sono tornato alla professione privata.
All’epoca – cito un caso personale solo per esigenze di chiarezza, non per fare polemica: mi so mantenere da solo e senza vitalizi di sorta – venivo da otto anni di lavoro consulenziale presso vari organi ed istituti di studio della Difesa, come pure da quasi due anni di supporto comunicativo presso il Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica, con contatti molto costanti con il presidente Cossiga e il suo consigliere militare, il generale Carlo Jean.
Ho visto passare ministri della Difesa di centrodestra che facevano finta di non sapere chi fossi o, più spesso, neppure lo sapevano, mentre a sinistra mi hanno dedicato pure un libro, ovviamente molto critico.
Questo è solo uno (sgradevole) riferimento personale che non intende celare rancori, che non vi sono, ma sottolineare il fatto che la politica di destra ha sempre ignorato il valore della metapolitica, con il risultato di fare politica con le idee altrui (di ciò si potrebbero citare infiniti esempi), mai con le proprie. E i risultati – credo – si sono visti…
Occorre poi chiedersi se il Centrodestra avesse, in campo metapolitico, delle idee proprie. (e qui preferisco tacere, per carità di Patria), così come non aveva intenzione di investire risorse umane e materiali, strutture, etc.
Anche sulla Regione in cui risiedo, il Piemonte, amici autorevoli come Augusto Grandi e Giorgio Ballario potrebbero scrivere libri sul “museo degli orrori” delle politiche culturali del Centrodestra al governo.
Tutto questo, peraltro, è sparare sulla Crocerossa. E’ sufficiente guardare al fastidio con cui i politici di “area” (non certo la mia, non ho più aree da tempo) continuano tuttora a parlare di cultura, tema di cui – da Antonio Razzi in giù, poiché lo vedo intellettualmente al vertice di un certo ceto politico – ignorano tutto.

Non saprei quindi che dire dell’articolo di Veneziani. Se fossi di destra, potrei scrivere che l’invito “il pensiero di destra faccia autocritica”, scritto da uno che è stato consigliere di amministrazione della Rai, mi suona vagamente umoristico. Ma non ho alcuna intenzione di fare polemiche, semplicemente perché, se in Italia sono esistite una destra e una sinistra, ora da tempo non esistono più, a meno che la sinistra sia personificata da Renzi e la destra da Salvini. Io direi invece che, anche per mai occultate frequentazioni, i due sono figli della pessima metapolitica berlusconiana, quella che ha avuto un peso non indifferente, con i suoi programma televisivi, a far diventare l’Italia quella cloaca a cielo aperto che è. Forse ha ragione Veneziani, il pensiero di destra faccia autocritica. Così scoprirà che, oltre alla Gauche caviar (quella stile “La grande Bellezza” di Paolo Sorrentino), c’è stata, ed è stata ed è tuttora fortissima, la Droite à la Alvaro Vitali (o à le Bagaglino), che ha prodotto quel Paese-flatulenza di cui respiriamo volgarità e lezzo tutti i giorni.