Caro Marco, mi chiedi di dire la mia sull’invito di Marcello Veneziani “il pensiero di destra faccia autocritica”. A mia volta, vorrei mi aiutassi a capire perché Piero Visani trova “vagamente umoristico” l’invito, se scritto da un ex consigliere di amministrazione della Rai, piuttosto che da chi viene “da otto anni di lavoro consulenziale presso vari organi di istituti di studio alla Difesa, come pure da quasi due anni di supporto comunicativo presso il Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica, con contatti molto costanti con il presidente Cossiga e il suo consigliere militare Carlo Jean”.
Rai, Difesa, Presidenza della Repubblica non sono articolazioni dello stesso sistema? Non hanno responsabilità almeno pari nell’aver generato “il Paese-flatulenza” di cui respiriamo volgarità e lezzo tutti i giorni?
Vorrei, inoltre, mi aiutassi a capire come e perché le categorie soddisfatti/insoddisfatti, dominanti/dominati sarebbero più congrue, innovative ed attuali di quella destra/sinistra.
A me sembra che chiunque non scelga il suicidio o l’insurrezione armata contro la società in cui vive in parte la condivide, senza per questo perdere la legittimazione a criticarla e a tentare di migliorarla: alla Rai, alla Difesa, alla Presidenza della Repubblica, alla guardia di un bidone. Ed è proprio dal genere e dal contenuto delle critiche e delle proposte che si distinguono eticamente, culturalmente e politicamente le persone, donne e uomini.
E, pur essendo le distinzioni virtualmente infinite, mi sembra che quella fondamentale sia fra chi crede in Dio e chi no, fra chi valuta la vita un mezzo e non un fine e chi l’inverso, fra chi considera la storia un manufatto dell’uomo e chi l’uomo un prodotto della storia; fra chi avverte la terra dei padri, la gente di cui fa parte, le tradizioni pervenute come radici vitali e irrinunciabili risorse e chi le svilisce a mera casualità , a vincoli e condizionamenti da cui affrancarsi; fra chi mette lo spirito più in alto della ragione, il dovere a fondamento dei diritti, il merito e la capacità prima dell’uguaglianza e chi ritiene e pratica il contrario.
La distinzione radicale, insomma, e’ duale. La si declini come destra/sinistra, conservatori/progressisti, idealisti/materialisti, soddisfatti/insoddisfatti e via dicendo, il punto essenziale e’ che due sono le componenti perenni dello spirito umano e della storia, che nell’accezione letteraria Croce denominava classicità e romanticismo e nell’accezione etica contrapponiamo come assoluto e relativo. Appartengono entrambe all’uomo e alla sua storia. Entrambe hanno generato e generano grano e loglio; entrambe si sono talora felicemente contaminate e in qualche misura integrate. Dalla loro dialettica promanano le vicende personali e sociali dell’uomo.
Io continuo a chiamarle destra e sinistra e mi iscrivo alla destra. Non ad una qualsiasi delle “tre, trentatré o trecentotrentatre ‘ destre” di prezzoliniana memoria. Non a quelle cosiddette “istituzionali”, ex affiliate o affiliate tuttora al berlusconismo, “sequestrate dai loro cacicchi vanitosi e imbelli”; nemmeno a quelle cosiddette antisistemiche, afflitte dalla retorica dei vinti, claustrofobiche e catacombali.
Mi iscrivo alla destra tradizionale ancora ben radicata nell’Italia del Novecento, nella cultura e nella politica, nella letteratura e nell’arte. Che annovera, pescando nel ricco mazzo, Gentile, Volpe, Coppola, Paribeni, Rocco, Santi Romano; Oriani, D’Annunzio, Marinetti, Papini, Prezzolini; Piacentini, Terragni; Balla, Boccioni, Carra’, Sironi; Corradini, Federzoni, Mussolini.
La destra dinamica e inclusiva che ha saputo, soprattutto nell’esperienza del Fascismo, assimilare e realizzare istanze e valori di sinistra, “l’alfabetizzazione del popolo, la poderosa legislazione sociale, dagli istituti previdenziali alla giornata di otto ore alla Carta del lavoro”.
La destra rigorosa nei principi, pragmatica nei programmi, innovatrice nelle tecniche e nelle soluzioni.
La destra del futuro con un cuore antico.