Come capita di frequente l’editoriale di Antonio Polito, “I viadotti e non solo. La fiducia che rischia di cadere” , è acuto e misurato e soprattutto riflette e dovrebbe far riflettere sui ritardi, sulle disfunzioni e sulle omissioni di cui il nostro Paese è vittima con i responsabili mai apertamente denunziati.
Polito inizia, indicando in 8 il numero dei ponti crollati negli ultimi 3 anni e mostrando “inquietudine” per il muro di omertà, solito circondare gli eventi eclatanti, alcune volte luttuosi con vittime assolutamente inconsapevoli.
Ora nessuno, e Polito è tra i primi, può evocare il classico quanto “abusato “piove, governo ladro!”, anche se queste tragedie, a differenze dei terremoti, in cui, a carico degli esecutivi (vedi i casi dell’agosto e del settembre scorsi), possono essere posti gravose e squalificanti insufficienze ed inefficienze, sono legate a carenze essenziali, quali l’assenza di fondi per i controlli e le revisioni.
L’editorialista cita le statistiche dalle quali emerge che “da 7 anni la spesa pubblica per investimenti diminuisce”, come conferma nella stessa pagina Dario Di Vico, aggiungendo che “gli ultimi dati sulla povertà descrivono una realtà in crescita”, da combattere con provvedimenti educativi, con terapie non clientelari e tali da fossilizzare e cronicizzare lo status.
Mentre si scatenano per il potere presente e futuro lotte cannibalesche alla Rai con scomuniche di dirigenti (Campo dall’Orto e Verdelli) diventati infedeli e all’interno del governo con pupilli (Calenda), rei di pensare con la propria testa e non con quella dei manovratori di Renzi, la stampa, per non parlare delle reti televisive, si attardano a descrivere e a sottolineare gli interventi di stampo e di tono inalterati, quindi inaccettabili, dell’egolatra toscano, e le sue dispute con i suoi microavversari.
A questo punto due osservazioni di Polito vanno colte e conservate per una diagnosi sui mali dell’Italia, che altri (i presunti o sedicenti antagonisti) dovrebbero fare e non fanno perché posti di fronte a compiti per loro esagerati. Si è chiesto innanzitutto se il “cedimento strutturale” non sia un esempio concreto e tangibile della crisi d’erosione delle “basi sociali ed economiche” del Paese. Ha ritenuto poi “probabile che il senso di ingiustizia che sembra pervadere l’Italia di oggi, e la contestazione di ogni autorità che ne deriva, abbiano qualcosa a che fare con questa insicurezza: la paura che il sistema non funzioni più , e che siamo tutti esposti ai suoi fallimenti”.
E di questa situazione innegabile e incontestabile, capace di offrire spettacoli vergognosi (i selfie sulle macerie di Amatrice), in cui i valori sono divenuti fragili e superati, chi è il modello primo? I cittadini lo hanno individuato il 4 dicembre scorso mentre i gruppi politici mostrano ancora nei suoi riguardi una considerazione eccessiva ed un riguardo del tutto immeritato.
D’altra parte che il quadro sia tutt’altro che solido ed equilibrato, lo dimostra la polemica sul caso del blogger incarcerato in Turchia e la conseguente richiesta di difesa della libertà di stampa. Verrebbe da chiedersi, con risposta negativa scontata, se analoga istanza pressante e perentoria si sia levata al momento della conclusione di affari economici da parte di industrie italiane con la Cina o della vendita delle squadre calcistiche con le conseguenze, facilmente immaginabili, della penetrazione inquinante e divaricante sul mercato sportivo di capitali provenienti da una nazione, in cui non esiste la democrazia e tanto meno quindi la libertà di stampa.
Una parola va spesa sull’iniziativa del “Centro controcorrente Umbria”, guidato da Domenico Benedetti Valentini, più volte parlamentare di AN e poi del PdL. L’idea portante è quella del varo delle “primarie” per le prossime politiche attuabile solo dopo la creazione di “un’idea comune”. Il principio, il cui peso è da legare al sistema elettorale in vigore al momento del voto, è accettabile ma diviene utopistico se congiunto al raggiungimento di un fronte comune con Fitto, Parisi, Quagliariello “ed altri” (magari i redenti Alfano o Verdini), dal momento che le “armate Brancaleone” non hanno vinto mai battaglie e tanto meno guerre.