Ci sono parole difficili da pronunciare, quando i titoli di coda sfilano sullo schermo. Quando il sipario si abbassa e non resta che alzarsi e andarsene. Quando le braccia listate a lutto si fanno più deboli e le mani si uniscono in preghiera. Per tutti è difficile accettare questo 53esimo caduto dell’Afghanistan. Quando i “portateli via di lì” si fanno più insistenti e si sollevano polemiche anche nel momento in cui dovrebbe prevalere il silenzio. Morire per una bandiera, per dei valori, fa onore. Ma a ogni morto la ferita si riapre. Una ferita che per tutti i militari e per chi, come me, è stato più volte in quella terra, non riesce a rimarginarsi. E’ l’ora di dire basta. La exit strategy è un fallimento, ammettiamolo. E parliamo senza mezzi termini, perché non si può più nascondere la testa sotto la sabbia.

In Afghanistan non c’è una missione di pace. In Afghanistan c’è la guerra. E a dirvelo non è una pacifista convinta, ma qualcuno che ha capito, col tempo, che la transition tanto decantata ha portato pochi risultati. La recrudescenza delle attività terroristiche ne è una dimostrazione. Autobombe che esplodono a Herat, nella provincia più “occidentalizzata” di questo Paese, attacchi violenti a Kabul e ora bombe a mano lanciate dentro a un lince da un insurgent adulto, anche se i talebani parlano di un ragazzino di 11 anni. Cuciamoci la bocca ogni volta che ci verrà voglia di parlare degli stipendi dei nostri soldati. Perché sono bloccati da tre anni e fino al 2014 lo resteranno. Un capitano prende 1.700 euro al mese di base e una diaria di poco più di 100 euro al giorno per rischiare di morire 24 ore su 24.

Non spariamo parole a vanvera o moniti inutili, iniziamo a dire le cose come stanno: la missione Isaf è il più grosso fallimento della storia. Con questo non voglio sminuire l’immenso lavoro che i nostri militari compiono con coraggio ogni giorno, perché l’ho visto coi miei occhi come lavorano, tra polvere e colpi di mortaio, ma non è sufficiente in una terra in cui la violenza è insita. Non ce la faremo mai a riportare la pace là dove pace non vuol esservi. E non è pessimismo, ma la dura realtà. Ogni singolo soldato compie, in Afghanistan, uno sforzo enorme e lo fa tra mille rischi. Il gioco vale la candela? Chiedetelo alle famiglie dei 53 caduti. A quelle madri, a quei padri, a quei fratelli, a quelle mogli. Chiedete loro, che dopo gli onori iniziali si trovano relegati in un dolore da cui nessuna istituzione potrà tirarli fuori, se ne vale la pena rimanere in Afghanistan o se è tempo di tornare a casa. Io dico che è tempo di tornare. Noi accogliamo gli immigrati dando loro ogni benefit possibile. Abbiamo un ministro all’immigrazione che vuol dare la cittadinanza italiana ai figli dei clandestini. Noi andiamo nei loro Paesi e ci ammazzano, senza pensarci due volte. Che dite, missione di pace o no, non è forse il caso di dire basta? Io dico che siamo ai titoli di coda e che è tempo di abbandonare il teatro, perché, a questo spettacolo, non applaude più nessuno. Onore a Giuseppe La Rosa, cinquantatreesima vittima dei talebani, dell’Afghanistan, del terrorismo internazionale e della sua Patria.

Chiara Giannini, corrispondente di guerra – 11onair, 7 giugno