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I temi cruciali di questi giorni sono stati affrontati criticamente sul “Corriere della Sera” in maniera sobria quanto felice quanto incisiva con una nota relegata in 34° pagina da Pierluigi Battista e con un elzeviro (in 1° e in 29° pagina) di Ernesto Galli della Loggia campanilistico, antistorico, fondato su affermazioni astruse.

In questi giorni mi è capitato di discutere con un “radical chic” ma ferocemente antirenziano, fedele e “totale” lettore di “Repubblica”, al quale ho rammentato che i verdetti democraticamente espressi si rispettano e si applicano, come ha ricordato lo stesso pontefice, i fondamenti fondati sugli esiti dei sondaggi non sono assolutamente credibili e il disprezzo per il consenso manifestato all’uscita degli elettori delle lande isolate, oltre da essere razzistico, non sancisce altro che il trionfo dei poteri finanziari sulla volontà popolare di donne ed uomini, identici nei diritti quanto nei doveri. Ridicolo è il sostegno alla reiterazione del referendum, con milioni di appoggi fulmineamente raccolti (“Il Tempo” rivela di avere trasmesso decine di nomi di fantasia prontamente inseriti) riporta ai giochi infantili, in cui i perdenti si rifugiavano nella fatidica frase “a monte, a monte”.

Nella rubrica “Particelle elementari” Battista fonda la critica, icastica come poche già nel titolo “L’arroganza delle élite che criticano la Brexit”. Specifica che “queste oligarchie nel pensiero sempre più inascoltate, asserragliate in una fortezza per difendersi dall’assedio dei nuovi barbari muniti di quelle subdole armi che sono le schede elettorali […] non sanno nemmeno quanto fastidio susciti la loro pretesa di conoscere ciò che il “popolo” dovrebbe accettare in silenzio per il suo bene più di quanto lo sappia il “popolo” stesso. Se l’esito elettorale che non piace viene visto e deplorato come la manifestazione di un popolo ignorante che sarebbe (purtroppo è stato detto anche questo) “sciagurato” far esprimere, allora gli “elitisti” neanche immaginano quale colpo mortale con un tale disprezzo per la sovranità popolare venga inferto all’idea stessa di democrazia”.

L’altisonante articolo di Galli della Loggia “Nuovi, credibili stili pubblici. E’ l’ora di Milano anche in politica”, si apre con la proclamazione del localismo più sfacciato, simile a quello che contrappone nelle diverse tornate elettorali frazioni a monte o mare di tanti comunelli e comuni nostrani: “Forse è giunta l’ora di Milano: l’ora di contare nella politica italiana. Dove si sa, Milano non ha mai avuto un ruolo importante, pari almeno alla sua importanza in tanti altri ambiti”.

Vale la pena ricordare che “il preminente ruolo di rappresentante per eccellenza della tradizione municipalistica italiana” è dovuto al fatto storicamente incontrovertibile della mancanza assoluta di deputati e senatori milanesi alla guida dei governi dal 1861 al 1943 e della presenza tra i 27 presidenti dei 63 esecutivi dalla proclamazione della Repubblica ad oggi, del solo Craxi e del suo sodale Berlusconi, sui quali il giudizio politico, per quello storico è troppo presto, è assai poco laudativo e, se non oltraggioso, solidamente critico.

Sono da bocciare la fondatezza e la credibilità della contrapposizione tra “questione settentrionale” e “questione meridionale”, prova della “permanente difficoltà della Penisola di essere un solo Paese”, come fosse l’Italia l’unico Stato al mondo a lamentare situazioni socialmente, strutturalmente, logisticamente antitetiche fra aree felici e aree sfortunate , quasi quasi auspicando la realizzazione di pagine analoghe a quelle scritte tra Repubblica Ceca e Slovacchia.

E’ clamorosamente contrario alla biografia personale sia di Sala sia di Parisi, già pronto ad atteggiarsi, come “Gigino” , a capoclasse del partito meneghino per volgere a mete più ambiziose, che essi rappresentino “il massimo tasso di antipolitica istituzionale che il sistema può permettersi”. Ma, di grazia, dove sono stati in questi decenni? Nella burocrazia amministrativa , nei sindacati e nella Confindustria, dove la politica è preparata, discussa ed elaborata con gli uomini dei partiti, spesso, se non sempre, meri esecutori.

Tanto per restare all’ombra della Madonnina , dagli ambienti antipolitici della “capitale morale”, sono partiti per Roma, senza lasciare tracce inestinguibili, Albertini e la Moratti.