La caduta del muro di Berlino segnò la fine della contrapposizione tra Est e Ovest. Una data che non può e non deve essere ricordata solo unicamente per la divisione in due parti della Germania. Il giorno 9 novembre 1989, precipitò fragorosamente un muro e contemporaneamente se ne edificarono di più pericolosi. Dal primato assoluto dell’alta finanza e dell’economia speculativa teleguidati da provetti portabandiera, trasformatisi velocemente in banche (Goldman Sachs e Morgan & Stanley su tutte) per sfuggire alla mancanza di fiducia dei mercati europei, non c’e’ piccone, forza e deduzioni, capaci di dissipare una volta per tutte il divisorio più alto: la disgregazione europea che con essa comporterebbe la destituzione dell’Unione Europea.

Sono passati più di dieci anni da quando il governo tedesco di Gerhard Schröder introdusse l’Agenda 2010. In definitiva, un pacchetto di riforme utili partendo dal comparto lavorativo ed imprenditoriale. Come non citare la legge Hartz, che stimolò i disoccupati a costituire delle piccole imprese, accelerando la formazione di una vera e propria rete di sostegni economici e agevolazioni fiscali, compresa l’accelerazione delle fasi di contrattazione tra imprese e sindacati; per incoraggiare gli accordi tra impresa e lavoratori? Nulla da fare, la Germania è la matrigna d’Europa e la memoria di chi ha governato vent’ anni senza lasciare traccia di una riforma degna di nota, è rimossa come un hard disc inutilizzabile. Giustizia è fatta:  Schröder era solo un progressista rosso-verde (vero, ma quello che doveva fare in minima parte lo ha attuato) e tutto l’insieme dei provvedimenti da lui varati per stimolare l’economia nazionale, incentivando la formazione e, la lunga serie di sgravi fiscali?

Peggio che andar di notte e, vista la situazione in declino dell’economia italiana, pure bendati. Via Schröder, contano solo le gentil “terga” di Angela Merkel e le onnipresenti pretese da cliché d’operetta. Meglio le dicotomie facili ed elettoralistiche contrapposte alle etichette Destra e Sinistra, dell’ex PDL e del PD. Nel mezzo, come “novità”, c’e’ pure il tempo di tappezzare la Capitale di manifesti richiamanti un’improbabile Alleanza Nazionale come cura dei mali, perdendo inesorabilmente le tracce di una perfetta sinergia di Dieci lustri che concesse agli allievi di Nietzsche l’impossibile: mettere in ordine un’economia in crisi, dai tassi di crescita in caduta libera, precipitati dal 4,6 dell’anno 1990 al 2% dei dieci anni seguenti, tagliando il traguardo negativo della stagnazione irrefrenabile. Pari all’incapacità seduttrice di proporre soluzioni del governo Alfano-Letta. Allora meglio perdersi in piccoli capogiri berlinesi e seguire un’eventualità che pareva irreparabile quasi a termine di un ciclo involutivo? La pessima media tedesca pervenutaci direttamente dal primo quinquennio del XXI secolo, confermò il peggioramento poco teutonico, sottraendo alla vista in realtà, il surriscaldamento della spia d’allarme perennemente in disuso in Europa, assestandosi attorno allo 0,75%.

All’epoca colpì indubbiamente una certa impalcatura politico-mediatica, costruita ad arte sull’unione delle due Germanie; ritrovatesi alla stessa stregua di due “sorelle separate” in difficoltà a causa dell’unione ritrovata. Paragonabile a un complemento d’arredo (antico) privo di tarli e rinvigoritasi da un ambiente pregno dei malevoli insetti globali che, tutt’ora albergano all’interno della Commissione Europea che non tardarono nell’implacabile “derattizzazione”: la Germania venne additata come una dei pochi stati europei poco inclini alle politiche del rinnovamento finanziario e commerciale internazionale. I costi ingenti per l’unificazione e i sussidi statali fatti passare come trasferimenti diretti solo verso Est (3,4% del PIL), permisero, in buona parte, di compromettere il cammino sulla Via della Seta, stabilendone contemporaneamente le direttive politiche da somministrare a grandi dosi alla Bundesbank. E se tutto ruotò in cerchio a una o più scelte politiche (?) dell’asse portante dell’economia e dell’alta finanzia, per nulla continentali ma atlantiche, la decisione della banca tedesca di fissare il tasso di cambio fra il marco occidentale e orientale, stabilendone la quotazione a 1:1, diede libertà e il pretesto agli efficienti responsabili del cantiere/sistema denaro, di additare il percorso naturale e logico dell’unificazione anche monetaria (repetita iuvant, ri-vedasi le differenze tra moneta e denaro), come una pressa ingombrante. Simile alla nostra Cassa Depositi e Prestiti, sorpassata come tipologia politica fiscale, incapace perfino di risolvere i problemi salariali e dello sviluppo germanico.

Il passo è breve, e spesso, confondere le azioni del primo governo del cancelliere progressista, imbevute di errori inqualificabili come la legge sulle scalate del 2001, con la quale venivano messe a punto e semplificate le acquisizioni delle azioni bancarie da parte di investitori esteri riconoscendone maggiori garanzie, può trarre in errore. La dinamicità illusoria di un azionariato esteso anche alle grandi cordate internazionali, mise in evidenza gli interessi delle banche sulle imprese, disunite da ogni dimensione territoriale, strettamente correlate al grande circuito dei mercati finanziari globali. L’interesse esclusivo all’ampliamento di nuovi investitori, permise il riassetto dei 16 Länder tedeschi (Regioni) su di un modello completamente diverso, locale e radicato, da ciò che sempre più andava somigliando ad una piattaforma del complesso economico-bancario anglosassone.

Una pagliuzza non fa una trave. Nel caso tedesco e a seconda di come si voglia invece interpretare l’ultimo periodo della storia politica europea, è necessario comprendere le dinamiche che hanno portato all’Europa che oggi tutti conosciamo. In data 13,14 e 15 dicembre 2013, avrà luogo il Settimo incontro nazionale Polaris. Il tema dell’evento Che Fare ? (www.centrostudipolaris.org), a confronto operatori economici e politici nel cuore produttivo del nord-est che più soffre l’attacco, una realtà propensa allo studio e alla possibile attuazione delle sue analisi, porterà l’esperienza maturata negli anni e la realizzazione dei corsi politici operativi a contribuire a imprimere una svolta salutare che non può essere rimandata. Possibilmente, cominciando ad abbattere per prima cosa le impalcature e i vecchi muri che opprimono l’Europa. Sempre che ci sia la volontà di riconoscere la decadenza e le facili inclinazioni dall’oggettività degli eventi.