Non c’è incontro, convegno, dibattito, dedicato alle problematiche dello sviluppo, in cui non si parli di innovazione. Il tema è cruciale – niente da dire. Il rischio però è di confondere l’innovazione con l’idea un po’ romantica dell’invenzione, della mera creazione tecnologica, laddove invece l’obiettivo è quello di creare un vero e proprio ciclo virtuoso, capace di favorire il miglioramento dei prodotti, di innalzarne la qualità ma anche di generare nuove idee e nuove applicazioni.

La spinta alla ricerca non esaurisce l’innovazione, ma debbono esservi ricompresi vari aspetti dell’idea aziendale: la piena utilizzazione delle risorse informatiche (finalizzate alla gestione interna e, nel contempo, alla scoperta dei nuovi mercati e di nuove alleanze), la ridefinizione dei rapporti interni all’azienda, il posizionamento sui mercati internazionali.

E’un’idea organica dell’innovazione che va pensata e costruita. Intanto perché rompe con la retorica del cambiamento, dietro cui il mondo delle imprese si è nascosto per anni, denunciando i soliti ritardi italiani, invocando le grandi riforme “di struttura”, chiedendo, a gran voce, l’intervento pubblico.

Che il quadro non sia allegro, specie se messo in rapporto ad altre esperienze europee, è un dato. L’eterna querelle sulla collaborazione imprese e università è tutta da risolvere. Il ruolo dei grandi Istituti di ricerca è da verificare. La spesa delle aziende per l’innovazione tecnologica è 3-4 volte inferiore rispetto alla media europea ed il capitale umano impiegato la metà. La formazione professionale è ancora considerata una questione residuale.

La sfida è perciò un’idea di innovazione meno semplicistica, capace intanto di coniugare elementi interni alle imprese e più vaste politiche dello sviluppo nazionale innalzando la cultura delle imprese stesse, la loro consapevolezza rispetto ad una moderna visione dello sviluppo, che non può ridursi a mera ricerca applicata.

Se di cultura aziendale bisogna parlare è al fattore-L (il fattore-Lavoro) che occorre porre la dovuta attenzione. Intanto perché, al di là di tutte le tecniche produttive e di tutti i processi di razionalizzazione, è l’Uomo, il lavoratore, che può generare e ri-generare le produzioni, può innalzarne la qualità, può prefigurarne lo sviluppo. E’ il lavoratore-partecipe che può creare la vera innovazione, garantendone la difesa e la crescita.

Non è un caso che a livello continentale si parli di ”adattabilità”, delle imprese e dei lavoratori, al cambiamento, uno dei fattori essenziali per accettare la sfida del cambiamento, i nuovi processi innovativi, l’aggressività dei Paesi industrializzati emergenti.

Siamo, almeno in Italia, ancora alle prime battute, ai distinguo di merito e di metodo, per esempio, sui livelli di coinvolgimento dei lavoratori e dei loro rappresentanti nell’individuazione delle strategie delle imprese, nell’esercizio del controllo e nell’attività di gestione, nella partecipazione agli utili e agli organismi di rappresentanza . La questione va allora posta al centro delle politiche di governo e del nuovo confronto tra le parti sociali, un confronto non più conflittuale, non più legato ai vecchi schematismi di classe, quanto piuttosto in grado di realizzare una nuova inclusione sociale, rendendo vincolanti i diritti di coinvolgimento dei lavoratori nelle vicende delle loro aziende.

Da qui, in termini culturali e sociali , può aprirsi finalmente un vasto orizzonte, interno ed esterno alle aziende, sulla possibilità di coniugare l’ innovazione, organicamente intesa, e la partecipazione dei lavoratori alle scelte aziendali. Anche da qui debbono passare le nuove politiche nazionali di sviluppo.