Da diversi anni ormai Sabino Cassese  — o meglio, per la lucidità dottrinaria e per la linearità espositiva, il professor Cassese — ha conquistato l’attenzione e l’apprezzamento dei cittadini, non sempre elettori, vigili sulla situazione e motivatamente critici sull’operato del governo, favorito da opposizioni parolaie e prive di autentico mordente.
Con l’editoriale “L’attività, l’efficacia. Le Camere e un ruolo difficile”, il giudice della Corte costituzionale, tracciato un bilancio numerico e quindi arido dell’attività delle assemblee di Palazzo Madama e di Montecitorio, si apre a considerazioni politiche da acquisire e conservare. Inizia dal “primo paradosso”, sintesi generale per avvertire che “il Parlamento è sempre più a rimorchio del governo: non legifera , ma emenda, condannandosi ad un ruolo interstiziale, perché opera nelle maglie dei decreti legge del governo. Il risultato è tante leggi, poco Parlamento”.
Riporta poi che “il Comitato per la Legislazione della Camera dei deputati ha lamentato l’attribuzione di un “improprio” potere normativo e regolamentare ai decreti del Presidente del Consiglio dei ministri. Ha criticato il modo con cui il governo “gioca “ con i decreti legge, ad esempio abrogando le norme di altri decreti legge in sede di conversione; o inserendo nella legge di conversione proroghe in blocco dei termini di deleghe in scadenze; oppure trascinando tutte le deroghe alla legislazione vigente con la proroga dell’emergenza”. Si tratta innegabilmente di una sintesi dura, precisa e principalmente documentata sull’azione accentratrice dell’esecutivo, affetto da “frenesia legislativa : più vuole regolare, più si lega le mani”.
Al termine di una dettagliata e incontestabile rivisitazione dell’attività del “conducator” della Capitanata, stila un bilancio, che gli elettori francamente si sarebbero attesi dal centro – “destra”, magari in grado, nei momenti cruciali, più caldi, più carichi della pressione prevaricatrice dei giallorossi, di occupare le aule.
“Il risultato finale è la balcanizzazione dello Stato (perché le deroghe “ad hoc” hanno più ampio campo di applicazione delle regole). Il dominio dei giuristi del cavillo e dei sottili distinguo, la perdita di unità dell’ordinamento, il predominio delle disuguaglianze. Ultimo paradosso: da queste storture tutte le istituzioni escono perdenti, e con loro la società italiana”. La chiusura è pesante, inoppugnabile e soprattutto severa per chi avrebbe dovuto agire e non lo ha fatto.