Il mito comunista della proletarizzazione del Sud e la famelica ingordigia democristiana hanno condannato il Mezzogiorno ad accentuare la distanza dal livello economico e sociale del Settentrione d’Italia.
La prova “fumante” è la vicenda Italsider-Nuova Ilva, fra gli anni Sessanta e quelli Ottanta.
Quando le avvisaglie della crisi del mercato dell’acciaio erano evidenti e segnalate da tutti i centri di studi economici europei, l’Italsider, società a capitale pubblico, inaugura (1965) il IV Centro Siderurgico a Taranto. E quando la crisi è al suo culmine (1975) avvia il raddoppio degli stabilimenti, con cospicui versamenti di denaro pubblico da parte dell’IRI. Le crescenti, insostenibili perdite determinano una rovinosa serie di trasformazioni societarie e inconcludenti ristrutturazioni, concluse con la svendita ai privati (Gruppo Riva) e migliaia di dipendenti in cassa integrazione e licenziati. Dai 43.000, compreso l’indotto, degli anni Ottanta ai seimila circa attuali.
Una catastrofe economica-finanziaria, sociale ed ambientale annunciata per delirio ideologico, (i comunisti celebravano la costruzione della “Stalingrado del Sud”) e clientelismo famelico democristiano. Che sono state le cause principali dello sperpero del pubblico denaro nel Meridione, del fallimentare bilancio della Cassa del Mezzogiorno, della devastazione sociale ed ambientale di vastissimi territori.
Al moloch dell’industrializzazione del Sud sono stati sacrificati l’amenità, la salubrità e le virtualità del territorio e del mare; sono state subordinate e degradate l’agricoltura e la maicultura; sono state debilitate e declassate le attività artigianali; il commercio, dopo un apparente è precario vantaggio, seguito all’inurbamento ed all’accrescimento dei consumi, si trova strutturalmente compromesso, per essersi reso dipendente rispetto alle vicende delle maestranze industriali.
La mitologia progressista ha vulnerato gravemente lo sviluppo dell’Italia meridionale, svalutando e degradando le grandi risorse del patrimonio naturale, degli incomparabili panorami e delle inimitabili vestigia dell’arte e della cultura classica, disseminate ovunque; consentendo l’avvelenamento del suolo e delle acque alla speculazione criminale di mafie incontrastate; mantenendo in condizioni di grave carenza le infrastrutture necessarie al turismo ed alla circolazione dei capitali, delle merci e del lavoro. E aprendo la strada ai moderni pauperisti alla Fico e alla Di Maio, che solleticano il peggio dell’indole meridionale, la tentazione di vivere senza lavorare.