La notizia dell’acquisizione del pacchetto azionario di maggioranza della società “TELCO”, che controlla la “TELECOM”, da parte della spagnola “Telefonica”, non giunge del tutto improvvisa – checché ne dica il presidente Bernabè, che al Senato ha dichiarato di aver appreso la notizia dai comunicati stampa – perché da tempo gli osservatori economici prevedevano questo evento. Evento determinato dal fatto che alcuni soci italiani della “Telco”, ed in particolare “Mediobanca”; “Generali” (che risponde sempre a Mediobanca) e la banca “Intesa San Paolo” si sono impegnati a cedere le loro azioni alla “Telefonica”, la quale avrà così il 66% della società-madre e potrà controllare la posseduta “Telecom”.

Un uguale destino si sta profilando per l’Alitalia, dove alcuni degli azionisti di controllo della linea aerea cosiddetta “nazionale” stanno trattando la vendita alla francese “Air France”, che ne possiede già il 25%. E questa vendita è facilitata dal fatto che nella compagine degli azionisti italiani (che è molto articolata e spezzettata essendo stata costituita da Berlusconi nel 2008/2009 per salvare la compagnia) vi sono persone e società che nel frattempo hanno avuto degli eventi che hanno modificato le loro volontà. Ci riferiamo in particolare al Gruppo Riva, primo azionista, che è oggetto di sequestri da parte della magistratura; della Fondiaria già di Ligresti, anch’essa in crisi ed acquisita dall’Unipol; da Marcegaglia, recentemente defunto; ed altri azionisti importanti che probabilmente oggi hanno altri interessi ed altre necessità, quali Angelucci (cliniche private) Benetton (autostrade), Caltagirone (costruzioni), Colaninno (Piaggio), Banca Intesa, Tronchetti Provera (Pirelli).

Se anche ciò si verificasse, l’Italia perderà il controllo di due attività fondamentali nell’economia moderna, le telecomunicazioni con annessa rete di trasmissione e il trasporto aereo.

Le cause contingenti ed apparenti sono molte, dal fallimento gestionale dei manager alla forte concorrenza internazionale, dalla mancanza di liquidità degli azionisti alle perdite registrate.

Ma innanzitutto la causa principale di questa “svendita”, come intitola pressoché tutta la stampa, è l’assoluta assenza in Italia di una politica industriale, cioè di un’azione politica che agisca con normative e finanziamenti per preservare e potenziare le attività economiche che oggi sono strategiche per l’indipendenza e la sovranità di una Nazione. Molto più strategiche delle Forze Armate, ad esempio: oggi, nell’economia e nella finanza mondiale globalizzata, conta molto di più avere industrie e servizi efficienti e competitive, e non perderle, piuttosto che, ad esempio, gli aerei di combattimento “F-35” i quali serviranno forse ad addestrare piloti ma non saranno mai utilizzati per una presunta difesa della Patria. La quale oggi si difende, parafrasando un vecchio detto fascista, non più certamente “difendendo un bidone di benzina” ma piuttosto difendendo chi quella benzina produce e distribuisce, chi ci consente di telefonare e di trasmettere dati, chi ci offre un aereo per viaggiare, chi produce e fornisce agroalimentari, chi possiede supermercati per vendere prodotti italiani.

La realtà è che una politica industriale efficiente non esiste in Italia dal biennio 1992/1993, che è un’altra tappa fondamentale di quella “morte della Patria” iniziata mezzo secolo prima, l’8 settembre 1943. In quegli anni, in straordinario e significativo parallelo con l’attività inquisitoria del Tribunale di Milano passata sotto il nome di “tangentopoli”, e in logica sequenziale alla sottoscrizione del Trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 (dieci giorni prima dell’arresto di Mario Chiesa,  altra coincidenza…), avvennero i seguenti eventi fondamentali per l’economia italiana:

 

3 giugno 1992: convegno sul panfilo inglese “Britannia”, di proprietà della famiglia reale inglese (!), dove si riunirono finanzieri e uomini d’affari italiani, tra cui Mario Draghi allora direttore del Ministero del Tesoro ed oggi presidente della Banca Centrale Europea, per “parlare” della privatizzazione dell’ingente patrimonio pubblico italiano appartenente alle partecipazioni statali;

18 aprile 1993: il referendum popolare, avviato un anno prima dai radicali, approva – insieme ad altre norme – l’abolizione del ministero delle partecipazioni statali, allora presieduto dal prof. Giuseppe Guarino che in questi mesi sta denunciando in tutte le sedi i danni provocati all’Italia dall’euro ed i profili d’illegittimità giuridica di alcuni vincolanti accordi europei;

30 giugno 1993: il governo “tecnico” (il primo in Italia di questa serie), presieduto dal governatore della Banca d’Italia Ciampi, delibera la privatizzazione della Stet (da cui poi è sorta la Telecom), delle banche d’interesse nazionale Credito Italiano e Banca Commerciale Italiana, dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni.

Avviata su questa china, i governi italiani – soprattutto quello presieduto da Romano Prodi, ex-presidente dell’IRI – effettuarono, negli anni dal 1995 al 2000, ulteriori vendite di pezzi pregiati delle proprietà italiane. Ed oggi il presidente del consiglio Enrico Letta, presente alla Borsa di New York ed a Washington al “Council on Foreign Relations” (un altro dei tanti organismi d’influenza e d’indirizzo della politica e dell’economia mondiale), insieme a Massimo D’Alema, chiede agli investitori americani di venire in Italia: a fare cosa? Evidentemente a comprare quel poco che resta da vendere!

Questa mentalità antinazionale, che non si giustifica neanche con la partecipazione all’Unione Europea (perché spagnoli, francesi, belgi, inglesi e – figuriamoci! – tedeschi difendono a spada tratta, in tutti i modi, anche fregandosene dei Trattati sulla libera circolazione dei capitali, le loro industrie strategiche) è frutto di una coincidenza ideologica che vede affiancati ex-democristiani ed ex-comunisti, dimentichi entrambi di quello che i loro partiti di origine sostenevano e difendevano trent’anni fa.

I nomi sono i soliti, ben noti: si passa da Prodi a Letta (entrambi discepoli di quel Beniamino Andreatta, vero ideologo del liberismo economico, autore del famoso “divorzio” del 1981 dalla Banca d’Italia che ha incrementato il debito pubblico soprattutto mediante la corresponsione di cospicui interessi passivi); da Amato a Ciampi, entrambi “liberal-socialisti”; da D’Alema a Napolitano, dimentichi della loro cultura nazional-popolare e dell’insegnamento togliattiano.

Tutte persone che poi, guarda caso, sono sempre ben ricompensate con prestigiosi (e lucrosi) incarichi pubblici!

Vi è, infine, un’ultima considerazione da fare. Si dice che si tratta d’imprese private, che il cosiddetto “libero mercato” impone queste decisioni, e che nulla si può fare. A parte il fatto che ci si dimentica della “Costituzione più bella del mondo” la quale, all’art. 42, stabilisce che “la proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge e salvo indennizzo, ESPROPRIATA per motivi d’interesse generale”, vi è un altro ragionamento da esporre.

Le grandi imprese come la Telecom e l’Alitalia non sono solo degli azionisti privati i quali, magari senza passare per il famoso “mercato”, si passano a discrezione i pacchetti azionari di controllo, ma sono di tutta una comunità. Vi sono innanzitutto i dipendenti, che spesso vedono in pericolo il loro lavoro; vi sono i fornitori, che non sanno se saranno sostituiti da altri più vicini alla nuova proprietà; vi sono i clienti, che giustamente si preoccupano della qualità futura del servizio prestato e dei costi; vi è anche lo Stato, erogatore di agevolazioni fiscali o benefici sociali quali la cassa integrazione. Possibile che tutti costoro non debbano avere voce in capitolo? Possibile che non possano partecipare alle decisioni assembleari della società? Potrebbero farlo i parlamentari, che hanno la delega elettorale per tutelarli: ma questa, purtroppo, resta solo un’illusione, nella situazione attuale della politica italiana.