Come immaginavo, la mia decisione di votare a favore del Jobs Act – con il conseguente risalto mediatico – ha suscitato un ampio dibattito cui non intendo sottrarmi, tornando sugli argomenti che da mesi contraddistinguono – alla luce del sole – il mio pensiero sul tema.

Partiamo dal merito della questione:
il governo ha proposto una legge delega, ciò significa che la sua traduzione in concreto si avrà solo all’emanazione dei decreti attuativi. Quindi non è pregiudicata- ora per allora – la possibilità di contestare Renzi quando, per l’ennesima volta, dimostrerà di non dare seguito con i fatti alle sue roboanti parole.
Ieri si trattava quindi di esprimersi su un documento di enunciazioni, e nulla più. Cosa c’era, tra lo scritto ed il sottinteso? La sburocratizzazione degli adempimenti contrattuali, l’avvio dell’aggressione al cuneo fiscale, l’attivazione di un sistema contrattuale a tutele crescenti, la messa in discussione dell’articolo 18.
Ovvero, tutto ciò che ha caratterizzato i programmi elettorali di Alleanza Nazionale, Forza Italia e PDL negli ultimi 20 anni. Oltre ai temi su cui si è sviluppata la proposta di Fratelli d’Italia in questi 18 mesi (quante volte abbiamo sentito Giorgia lamentare pubblicamente che l’art.18 discrimina i lavoratori in modo non più accettabile?).
Francamente, quando abbiamo chiesto ed ottenuto voti (ottenuti a milioni, allora), non ricordo gli stessi amici che oggi mi contestano e che con me militavano in AN, lamentarsi o disconoscere i nostri impegni elettorali.
Di fatto, oggi Renzi ci pone di fronte allo specchio e ci chiede di condividere o rinnegare le nostre stesse parole. E io ho tantissimi difetti, ma non rinnego. MAI…

Proseguiamo con considerazioni di opportunità politica:
Anzitutto sgombriamo il campo da un possibile equivoco. Votare il Jobs Act NON É un favore a Renzi.
Il premier oggi ha, come unica opposizione che gli dia davvero fastidio, il suo fianco sinistro: CGIL, FIOM, SEL, ala fassinian-civatiana del PD.
Un nostro voto a favore (è addirittura bastato il mio) darebbe maggior fiato alla polemica anti renziana della sinistra, rafforzata dalla possibilità di mostrare che il governo sta veramente proponendo un tema di destra. Fatico ad accettare che questa cosa, se si é in buona fede, non si capisca.
Poi avremmo avuto la possibilità (che è ora affidata alle mie semplici ed umili parole, e che avrebbe avuto ben altro peso se fosse stata una scelta di tutti) di mettere nell’angolo il centrodestra della seconda repubblica, inchiodandone i principali attori alle proprie responsabilitá. Oltre a sottolineare che il Jobs Act denuncia il fallimento definitivo di chi le stesse cose le ha promesse per 20 senza mai realizzarle, avremmo potuto attualizzare la polemica ed i distinguo nei confronti di chi oggi, su questo tema, finge una opposizione al governo, dopo aver silenziosamente alzato spallucce sull’abolizione del reato di immigrazione clandestina, sulla depenalizzazione dell’uso di droghe, sull’apertura alle famiglie gay, sugli indulti ed amnistie. Cioé si é taciuto, per convenienza, mentre riempivano di sinistra la società, e si finge contrarietá – sempre per convenienza – quando fanno una cosa nostra.
Ricordo le parole di Giorgia alla presentazione del governo Renzi, quando assicurò che FdI, forza AUTENTICAMENTE di opposizione, non avrebbe negato il proprio assenso alle riforme condivisibili.
Oggi mi chiedo cosa possa essere più condivisibile di una cosa per cui ci battiamo dal 1994.

Un’occasione persa, forse per sempre:
Davvero penso che doveva essere una scelta di partito, e ho provato da luglio (quando ci fu la prima lettura al Senato) produrre argomenti all’interno del gruppo, da cui come unica risposta ho registrato il timore di perdere una formale “verginità oppositoria”, del tutto fine a se stessa e peraltro neanche inficiata per le considerazione che ho sopra espresso.
Sono convinto che ciò che ho fatto ieri da solo avrebbe DOVUTO essere fatto da Giorgia, che avrebbe più e meglio di me potuto puntare il dito su un centrodestra da cui stiamo cercando senza successo di distinguerci, aumentando contemporaneamente i guai di Renzi nel suo partito.
Di fatto, la scelta di uscire dall’Aula, come da richiesta formalizzata da SEL (!!!) agli altri gruppi di opposizione, ci ha una volta di più gettati in un cono d’ombra ove nessuno si accorge di noi.
La politica molto timida che a mio avviso ha caratterizzato questa nostra stagione, ove siamo spesso sembrati lenti a prendere decisioni e troppo attenti ad usare parole e temi misurati, non ci ha consentito di “sfondare”.
I risultati elettorali della scorsa domenica ci tengono al palo, proprio quando c’erano le migliori condizioni possibili: crollo dei votanti, mentre noi avevamo la presunzione di avere elettori mediamente più fidelizzati; altri milioni di voti persi da Berlusconi senza che noi se ne sia intercettato alcuno; fine dell’invaghimento degli italiani per Grillo, il cui consenso si è integralmente versato sullo scaltro Salvini.
Lo stesso spazio mediatico di cui ha beneficiato negli ultimi due mesi la sempre bravissima Giorgia, non ha trovato traduzione in una crescita di consensi.
In questo scenario, che indurrà tutti a ragionare su senso e modalità di prosecuzione dell’impegno politico per non rinunciare a costruire una credibile alternativa alla sinistra, condividere la mia scelta sarebbe stato un bel modo per prendersi una vetrina importante ed assumere un ruolo di responsabilità verso un’area estesa rimasta orfana di opzioni e ancora dipendente dagli umori di un quasi ottantenne e dalla sua corte.