Da tempo l’attenzione delle cancellerie e degli osservatori politico-militari è centrata sulle ambizioni marittime cinesi, in particolare sulla politica di Pechino tesa a controllare alcuni arcipelaghi contesi nel Mar Cinese meridionale. Una politica sostenuta con una attiva presenza militare: navi, aerei e soprattutto la costruzione di nuove basi, anche grazie alla realizzazione di isole artificiali da utilizzare quali scali aeronavali. Facile comprendere come tutto questo susciti allarme nei paesi vicini –dalle Filippine al Vietnam, dalla Corea del Sud al Giappone- e negli Stati Uniti, da tempo impegnati in una politica di contenimento attiva della proiezione marittima –e più ampiamente geopolitica- cinese nell’area.

Quel che, però, sfugge a molti osservatori è che il Mar Cinese meridionale non è l’unico fronte “caldo” del Paese del Dragone. Da qualche tempo, infatti, anche il confine con l’India non è più così tranquillo come nel recente passato. Le tensioni, del resto, tra i due giganti asiatici non sono una novità: già nei primi anni ’60 una serie di scontri armati ed una brevissima, seppur cruenta, guerra fu combattuta nel 1962 per il possesso di alcune regioni di alta montagna. Da allora lungo la linea di demarcazione, in più tratti contestata dalle due potenze, vige una sorta di guerra fredda in salsa asiatica. Tuttavia da qualche mese la situazione sembra essersi rimessa in movimento.

E’ l’India a compiere il primo passo: sono iniziati i lavori di potenziamento della vecchia linea di fortificazioni costruita negli anni ’60. Nuovi bunker vengono allestiti in posizioni su quote che nulla hanno da invidiare a quelle della “guerra bianca” combattuta sul fronte alpino durante la Grande Guerra. Ma gli indiani non si limitano a costruire postazioni fortificate: l’esercito sta lavorando per creare nuove unità di montagna –si parla di almeno 90mila uomini- da destinare al confine indo-cinese. Un confine che per lunghi tratti Pechino non riconosce. Difficilmente la “mobilitazione” indiana non provocherà una analoga risposta da parte di Pechino, già impegnata nel potenziamento, soprattutto tecnologico, del proprio strumento militare. E se con tutta probabilità le mosse indiane rispondono più a motivi di politica interna che alla volontà di inasprire i rapporti con la Cina, ciononostante il pericolo di un’escalation resta. Anche perché già in passato piccoli scontri di pattuglie si sono trasformati in episodi più gravi.

E le tensioni all’interno dei due giganti asiatici certo non mancano, ad iniziare da una crescita economica che perde slancio per arrivare, in particolar modo in India, ad una situazione politica non priva di duri contrasti. Certo i rapporti diplomatici tra Delhi e Pechino restano cordiali, l’interscambio economico è solido, ma i motivi di frizione a livello geopolitico non mancano. Ad iniziare dal sempre più stretto rapporto che la Cina sta costruendo con il Pakistan, storico rivale dell’India. Pechino punta a fare del porto pakistano di Gwadar il proprio sbocco nell’Oceano Indiano e per questo si è impegnata in un ambizioso progetto che prevede la costruzione di strade di collegamento che attraversino l’intero Pakistan fino all’oceano. Ma per far questo Pechino ha dovuto dispiegare circa 13mila militari a protezione dei suoi tecnici ed operai impegnati nei lavori. Una presenza militare che non è solo Delhi a gradire poco.