La cancellazione dei voli di Ryanair non rappresenta solo un disagio per chi aveva prenotato un posto su uno dei duemila voli annullati. Ma è anche un segnale interessante sul fronte della deregulation più spinta. I risparmi aziendali come unico obiettivo presentano limiti che, prima o poi emergono. E per la compagnia aerea irlandese stanno emergendo tutti insieme.
In un mondo che vola sempre di più, i piloti sono richiesti e, come i calciatori, emigrano alla ricerca di condizioni più favorevoli. Così qualche compagnia con il braccino corto si ritrova a fare i conti con la fuga dei piloti. Ma senza piloti non si vola. E si vola male anche se gli equipaggi sono insoddisfatti. Non è un caso se la puntualità si riduce. Se questo si aggiunge a condizioni di viaggio sempre meno comode, a prezzi che lievitano a dismisura per ogni comodità in più, è evidente che si rischia la disaffezione dei passeggeri. Anche perché la concorrenza non manca.
Ma Ryanair rischia anche sul fronte dei contratti di lavoro. Troppo comodo, secondo alcuni tribunali, imporre ovunque i contratti di comodo irlandesi. Così si prospettano cause costose in varie parti del mondo. Ed ogni causa ha un costo economico ma anche ripercussioni negative sulla qualità del servizio. Lavoratori arrabbiati non garantiscono certo il massimo della professionalità.
Ovviamente è ancora troppo presto per valutare se i problemi della compagnia aerea saranno destinati a trasformarsi in una valanga in grado di sconvolgere tutto un mondo di contratti a perdere, precari e sottopagati. È comunque un segnale interessante, da non sottovalutare. Soprattutto per quei Paesi, come l’Italia, che della precarietà e dello sfruttamento hanno fatto una bandiera della nuova economia. E che, inevitabilmente, restano sul fondo delle classifiche di crescita.