Nelle vacanze di Natale siciliane ho letto lo studio del professore Alessandro Orsini, «L’Isis non è morto. Ha solo cambiato pelle», Rizzoli (2018). Ad un certo punto del testo il professore chiarisce: «Terrorismo e immigrazione sono strettamente legati, nel senso che tutti gli attentatori dell’Isis in Europa occidentale erano immigrati». Pertanto la notizia che hanno dato tutti i media del 9 gennaio scorso che dietro al traffico di esseri umani si nascondono i terroristi dell’Isis deve allarmarci non poco. C’è un dettagliato intervento abbastanza inquietante proprio del 9 gennaio, sul quotidiano online «Gli occhi della guerra», «Il rischio del terrorismo negli sbarchi fantasmi». (www.gliocchidellaguerra.it). «Il quadro che emerge è dunque tanto chiaro quanto allarmante: gli sbarchi nel trapanese, avvenuti più in sordina a livello mediatico in quanto minori di numero rispetto a quelli che coinvolgono l’agrigentino, trasportano gente che ha un alto livello di pericolosità criminale. Persone ricercate in Tunisia, che riescono ad entrare nel nostro paese. E l’attenzione, sotto il fronte del rischio terrorismo, rimane dunque molto alta».

Tuttavia Orsini ci tiene a precisare che la sua tesi non intende diffondere il terrore. Il suo intento è quello di «aiutare il mio Paese nella lotta contro l’Isis attraverso gli strumenti di cui dispongo, che sono strumenti culturali». In particolare, come scrive nel libro, i suoi studi scaturiscono dalle sue ricerche condotte al MIT di Boston, una delle università più prestigiose del mondo.

Orsini su questo argomento è categorico: «siamo in guerra […] i discorsi degli analisti italiani che affermano che, invece, non saremmo in guerra sono frutto della retorica di chi non ha niente da dire. Non siamo noi a stabilire se siamo in guerra oppure no».

Tra la letteratura che riguarda il terrorismo jihadista, forse il libro di Orsini è quello che riesce più di altri a dare un quadro completo e soprattutto realistico del complesso fenomeno dello Stato islamico (ISIS). Nato nel 2014, con un’avanzata travolgente ha conquistato parte dell’Iraq e della Siria. Con la caduta di Raqqa a fine 2017, il «mostro spaventoso» si è liquefatto, dopo soli 3 anni. Il testo di Orsini già nel titolo parte da una tesi che nonostante lo Stato islamico sia crollato, l’Isis continua ancora oggi a rappresentare un pericolo per le città in Occidente. Il pericolo ha assunto diversi, nuovi, imprevedibili volti che Orsini ci illustra per cercare di prevedere le mosse future, soprattutto dei cosiddetti «lupi solitari».

Intanto il professore Orsini, ricordo che è un esperto di terrorismo, essendo professore di Sociologia del Terrorismo, è direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS di Roma e del quotidiano online «Sicurezza Internazionale», già dal 1° capitolo parte da una precisazione o meglio pretesa: «Tutta la verità sull’Isis (diversamente da quello che ci hanno raccontato i media)».

Pertanto Orsini precisa che «L’Isis era travolgente senza essere forte. L’esercito messo in piedi da al-Baghdadi è sempre stato un fenomeno militarmente irrilevante, Avanzava perché l’esercito siriano e l’esercito iracheno, ormai allo sbando, si ritiravano anziché combattere». Pertanto quello che gli attribuivano i nostri Media all’Isis  per il professore era tutto falso. Infatti, quando «gli eserciti della Siria e dell’Iraq si sono riorganizzati, l’Isis ha iniziato ad arretrare inesorabilmente». Per Orsini sicuramente «La storia dell’Isis, é una storia di debolezza».

In questo capitolo il professore napoletano illustra con chiarezza le vicende complesse sul terrorismo jihadista, fornendo diverse prove. Si comincia con la conquista di Mosul, la città dove al-Baghdadi proclamò la nascita dello Stato Islamico, il 29 giugno 2014. In quell’occasione il professore Orsini, chiarisce che non fu una conquista del potente esercito dell’Isis. «La verità é che fu abbandonata dai soldati iracheni, che si confusero tra i civili dopo aver gettato armi e divise. Altro che inarrestabile armata jihadista raccontata dai Media».

Orsini può scrivere queste cose dopo aver consultato giornali e documenti come il «New York Times» che utilizzava il termine «sgretolamento» da parte dell’esercito iracheno. Allora, «Perché l’Isis ha avuto successo?». Secondo Orsini, perché i Paesi del medio Oriente erano divisi: «L’Isis è stato favorito dalla rivalità del blocco anti-Isis guidato dagli USA e quello guidato dalla Russia». Non si possono dare certezze quando è iniziato questo «gioco», ma certamente è durato dal 29 giugno 2014 fino all’insediamento di Trump alla casa Bianca, il 20 gennaio 2017.

Secondo Orsini il problema di Obama e Putin e dei loro alleati regionali, non era di sconfiggere l’ISIS, ma di conquistare Damasco per inghiottirsi la Siria. Infatti queste due coalizioni anti-Isis invece di cooperare tra loro, si ostacolavano. A questo proposito Orsini, fa rilevare il cinismo di queste grandi potenze nella politica internazionale, sostenendo che Russia e Stati Uniti, invece di arrestare la guerra civile in Siria, hanno fatto di tutto per alimentarla, almeno fino al 2017. Un altro fattore di ostacolo è stato la contrapposizione della Turchia con l’Iraq, quest’ultimo non intendeva ricevere aiuti dai turchi sunniti. La Turchia in questo scenario svolge un ruolo alquanto ambiguo, fa la guerra all’Isis per liberare il Nord della Siria, ma lo fa per toglierlo ai Curdi. Altra contesa che favoriva l’Isis era l’odio atavico tra Israele e la Siria. Naturalmente al-Baghdadi gioiva davanti a simili divisioni.

In questo groviglio di continui conflitti, l’autore del libro non prende nessuna posizione a favore di qualche contendente. Comunque sia il fattore che ha contribuito maggiormente alle fortune dell’Isis è la politica settaria del primo ministro sciita dell’Iraq, Nuri al-Maliki, dal 2006 al 2014. «Particolarmente nefasto – per Orsini – fu il suo rifiuto di integrare circa centomila soldati sunniti nel nuovo esercito, come richiesto dagli americani». Infatti poi un gran numero di questi soldati si arruolò nelle fila dell’Isis per avere uno stipendio e per vendicarsi degli sciiti.

Nel libro Orsini racconta, errore dopo errore, come al-Maliki ha contribuito ad alimentare il ruolo politico dell’Isis. Infatti a questo proposito, il professore smentisce, quella leggenda metropolitana, sostenuta da tanti giornali: «l’ascesa dell’Isis non è stata favorita dai servizi segreti americani, da Israele o dal capitalismo in cerca di petrolio. L’isis – scrive Orsini – è un fenomeno sociale complesso che nasce dal basso, ovvero dal ventre della società irachena e della società siriana».

Nel testo Orsini conferma in modo chiaro che gli americani non hanno avuto nessun interesse a creare l’Isis. «I documenti storici smentiscono nettamente l’affermazione secondo cui gli americani avrebbero operato per creare le condizioni favorevoli all’ascesa dello Stato islamico. Semmai è vero il contrario e cioè che gli americani esortarono il governo al-Maliki a rimuovere i fattori incentivanti all’arruolamento nelle formazioni jihadiste». Queste tesi sono rafforzate con le conversazioni che l’autore ha avuto con Barry Posen, uno dei più autorevoli studiosi di relazioni internazionali. Inoltre occorre ricordare che anche il professore Orsini è un autorevole studioso, un ricercatore, uno che passa molto tempo a monitorare documenti, articoli, libri sul terrorismo jihadista nelle varie regioni del mondo dove opera concretamente.

Un’altra testimonianza che avvalora la tesi del professore Orsini è quella di Ali Khedery, cittadino americano, pubblicista del «Washington Post», che dovrebbe essere letta per avere un’idea chiara delle cause che hanno favorito l’ascesa dell’Isis.

Ali Khedery sostiene che lo stato iracheno non fu demolito dall’Isis, bensì dalla corruzione dei suoi governanti sciiti: «i terroristi dell’Isis diedero soltanto la spallata finale a un edificio marcio nelle fondamenta. Non si trattò dell’avanzata irresistibile dell’Isis, quanto del crollo inesorabile dello stato iracheno a causa del sentimento di vendetta della sua classe governante e della sua incapacità a svolgere persino le più elementari funzioni di governo». In pratica secondo Khedery, il partito Bath di Saddam Hussein è stato sostituito dal Dawa, quello di Maliki.

Un altra considerazione importante che Orsini affronta è che il complottismo, a cui molti fanno riferimento, certamente non spiega l’ascesa dell’Isis. La teoria del complottismo, per Orsini, è il modo migliore per allontanarsi dalla comprensione della realtà. Infatti chi sostiene questa teoria, cerca di fare credere al proprio pubblico di conoscere chissà quali segreti gravissimi, inoltre gli permette di non studiare il problema.

Sarcasticamente Orsini, scrive: «il complottista non ha bisogno di raccogliere documenti, elaborare dati o ricercare informazioni; a un complottista non verrebbe mai in mente di passare anni a studiare in un archivio perché, siccome é tutto un complotto, i documenti sono stati distrutti o falsificati».Tuttavia per Orsini chi ragiona con la logica del complottismo lo fa perché non ha tempo di studiare, però sente il bisogno di dire il proprio parere, di entrare nel dibattito da protagonista, senza il minimo sforzo intellettuale o sacrificio per l’analisi: basta dire subito, «è un complotto». Infine un ultimo elemento che ha favorito l’ascesa dell’Isis, è stato la guerra civile in Siria.

In conclusione del capitolo Orsini sentenzia «che le più eclatanti conquiste dei jihadisti potevano essere facilmente evitate. L’Isis era ben altro che l’organizzazione guerriera incontenibile descritta dai tanti commentatori».

Nel 2° capitolo l’analisi di Orsini si concentra sul rapporto dello Stato islamico e l’Europa. Il giornalista napoletano risponde alla domanda sul perché gli attentati dell’Isis si concentrano nel Regno Unito e in Francia. Inoltre risponde a un’altra domanda che sta più a cuore agli italiani: «perché l’Isis non abbia finora colpito l’Italia». Anzi per essere più precisi, l’Isis, non solo non ha mai colpito l’Italia, ma nemmeno ha mai tentato di farlo. Sono 2 quesiti a cui Orsini risponde con una disarmante banalità. L’Isis non ha mai cercato di fare una strage in Italia tipo quella di Parigi del 13 novembre 2015, perché il nostro Paese non ha truppe dell’esercito impegnate a combattere i jihadisti. Colpisce la Francia, l’Inghilterra, ma anche la Germania, perché loro sono impegnate sul terreno a combattere l’Isis.

I capi dell’Isis per esempio sono a conoscenza delle operazioni militari francesi, in particolare in Africa. Qui Orsini porta l’esempio dell’attacco terroristico all’Hotel Splendid nel centro di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Alla liberazione degli numerosi ostaggi, hanno attivamente contribuito i soldati francesi.

I jihadisti sono molto informati, agiscono come quegli ultrà delle squadre di calcio, che sanno tutto dei propri beniamini e sulle squadre avversarie. Ascoltano sempre le stesse trasmissioni radiofoniche e sanno dove attingere le informazioni.

Il professore Orsini nel suo studi divide gli attentatati in tre categorie: 1 quelli organizzati direttamente dai capi dell’Isis; 2 organizzati dai lupi solitari; 3 quelli delle cellule autonome. Naturalmente per ogni categoria fa l’esempio concreto. L’attentato di Parigi del 13 novembre 2015 e quello di Bruxelles, fanno parte della 1 categoria.

Orsini nel suo studio ha monitorato anche la «gerarchia dell’odio» da parte dei jihadisti nei confronti dei paesi europei.

Certamente secondo Orsini, l’Italia è odiata meno perché in quelle regioni mediorientali non ha un ruolo combattente. In nessun paese l’Italia «ha mai elaborato un piano contro i terroristi nonostante le organizzazioni jihadiste siano presenti […]».Orsini è convinto che i jihadisti non odiano le nostre libertà, le nostre società, ma ci uccidono perchè noi uccidiamo loro. Sembra che nella mentalità dei terroristi prevalga il concetto che «noi musulmani dell’Isis vorremmo essere liberi di scannarci con i musulmani moderati». «Il problema è che tutte le volte che siamo in vantaggio, gli occidentali accorrono in difesa dei musulmani moderati e ci costringono ad arretrare. Questa è la ragione per cui vi attacchiamo».

Il 3° capitolo, Orsini risponde alla domanda se l’Italia corre qualche pericolo di essere attaccata. Secondo i dati in possesso dello studioso sembra che al momento non ci sono particolari pericoli, anche perché l’Italia non ha mai contribuito a bombardare in Siria. Inoltre non ci sono attentati perché nel nostro Paese esiste un’efficace strumento dell’espulsione da parte del nostro governo nei confronti dei radicalizzati. Certo è anche perché abbiamo dei servizi segreti efficienti che vantano una lunga esperienza costruita negli anni in cui erano impegnati contro il terrorismo delle BR. Anche se per Orsini questo non significa nulla, perché i terroristi hanno colpiti quei Paesi dove c’erano i migliori servizi segreti del mondo, vedi Russia, Stati Uniti, Israele.

Nel 4° capitolo, Orsini insiste sul fatto che l’Isis non è quello che ci hanno raccontato i mass media: «è il nulla che avanza nel niente». Orsini precisa, a proposito di quelle immagini più volte mandate in onda della bandiera nera in Piazza S. Pietro: l’Isis non aveva nessuna possibilità di marciare su Roma. I media italiane, attraverso la ripetizione ossessiva di quell’immagine, hanno cercato di atterrire le persone inducendole a credere che lo Stato islamico fosse una minaccia enorme.

Orsini fa una dura critica alle televisioni italiane e peraltro lamenta la traduzione in italiano di pochi testi importanti sul terrorismo. A questo punto Orsini si lancia in una accesa polemica contro un certo modo di fare giornalismo in Italia, puntando l’attenzione sull’importanza dello studio del terrorismo. Un giornalista non deve aver paura di andare anche controcorrente. «Un vero studioso non si identifica con un’ideologia, ma con un metodo di studio, che è basato sull’osservazione della realtà. Perciò deve essere sempre pronto ad attaccare il senso comune, di conseguenza,  ad accettare il disprezzo del pubblico che causa isolamento e solitudine».

Ritornando all’Isis, Orsini è convinto che anche senza uno Stato, l’Isis può compiere lo stesso attentati. «Il problema è capire di quale tipo saranno». Molti dipende anche se i due gruppi terroristici di Isis e al-Qaeda ritornano ad avere rapporti di collaborazione, se questo avviene, allora aumenteranno i pericoli per la nostra sicurezza. Se resteranno divisi, quindi nemici, i pericoli per noi diminuiranno. Attenzione il professore ricorda che le divisioni tra l’Isis e al-Qaeda sono per questioni personali e non ideologiche, inoltre secondo Bruce Hoffman, il maggiore esperto al mondo di terrorismo, le convergenze tra i gruppi, sono maggiori delle divergenze.

Alessandro Orsini

L’ISIS NON È MORTO. HA SOLO CAMBIATO PELLE

Rizzoli, Milano 2018

ppgg. 238, euro 18