L’arresto di Cesare Battisti ha riaperto il caso della rete di protezione dei terroristi fuggiti dall’Italia. Tra tutti il nome di Alessio Casimirri spicca nell’elenco dei protagonisti degli anni di piombo ancora latitanti in America Latina. Eppure negli anni ’90 i nostri 007 erano stati ad un passo dal riportare l’ex brigatista rosso in Italia. Un articolo “ben informato” pubblicato dal quotidiano “l’Unità” fece saltare l’operazione.

A raccontarlo all’Adnkronos è Carlo Parolisi, agente del Sisde oramai in pensione, che nel 1993, con altri due 007 (uno era Mario Fabbri) stava per riuscire nell’impresa storica di riportare a casa l’ex Br che fu nel commando che uccise Aldo Moro e la sua scorta.

Condannato a sei ergastoli, Casimirri non ha mai passato un giorno in cella e oramai da 37 anni vive in Nicaragua, dove ha moglie e figli oltre che una fiorente attività da ristoratore. Secondo Parolisi, dietro il fallimento di quella operazione c’è la rete di protezione che aveva consentito ad Alessio Casimirri e a tanti altri brigatisti di sottrarsi all’arresto e fuggire all’estero, una rete che negli anni ’80 era una vera e propria organizzazione strutturata e che negli anni ’90, pur in crisi, ancora difendeva se stessa: “Con le sue dichiarazioni Casimirri poteva inguaiare qualcuno, questa è l’idea che mi ero fatto all’epoca e che mi è rimasta oggi”, spiega Parolisi, ragionando sui diversi tentativi non andati a buon fine per riportare l’ex Br in Italia.

“Come uscì quella notizia ce lo chiediamo ancora. Di quella operazione eravamo al corrente solo in pochissime persone. Tra l’altro, ed è singolare, l’articolo parlava proprio di tre 007 coinvolti, ma che fossimo in tre non lo sapeva nessuno, risultavamo sempre in due per tutelare l’agente sotto copertura…”.

Che della rete di protezione non volesse parlare, aggiunge Parolisi, Casimirri “ce lo aveva detto fin dall’inizio, ‘parlo di tutto ma non di chi ci ha aiutato’. Anche se poi – aggiunge lo 007 in pensione – la fuga ce la raccontò. Ci rivelò che lui e la moglie, Rita Algranati, si erano nascosti per due giorni in uno scantinato, fino a quando una fantomatica organizzazione non gli aveva fatto avere dei passaporti falsi e li aveva fatti imbarcare su un volo di linea per Mosca. Lì lui era convinto che li avrebbero arrestati, e invece, dopo 24 ore in aeroporto sorvegliati dalla polizia sovietica, li avevano messi su un volo per Cuba. Poi dall’Avana si erano spostanti in Nicaragua”.

“Casimirri ci fece capire che l’organizzazione lo faceva regolarmente – aggiunge Parolisi – anche se non disse nulla di più. Per come la vedo io, si trattava di un’organizzazione molto potente, ramificata ma con radici sicuramente in Francia, che faceva capo a una sinistra internazionale, legata in maniera più o meno occulta ai partiti comunisti, e il passaggio a Mosca mi pare lo confermi”.

Parolisi poi racconta di come era nato il rapporto con Alessio Casimirri. “L’idea primigenia – ricostruisce – era seguire il fratello Tommaso, che in quel momento aveva delle attività a Miami, e, d’accordo con gli americani, intervenire con l’aiuto delle forze locali se i due si fossero incontrati fuori dal Nicaragua, in Florida o anche a Panama o in Guatemala. L’operazione però fallì. Provammo allora ad aprire una trattativa con l’ex Br per riportarlo a casa. E ci riuscimmo. In Nicaragua facemmo tre o quattro incontri, iniziammo una collaborazione. Lui ci raccontava alcune cose del passato, il nostro obiettivo era arrivare a mettere le mani sulla rete di cui ritenevamo facesse parte ancora a pieno titolo. Una volta andammo anche al suo ristorante – rivela Parolisi – Ricordo che come camerieri aveva ex sandinisti armati, la sua paura era quella di essere rapito, anche se l’Italia queste cose non le fa”.

“Casimirri si dimostrò affidabile – racconta Parolisi – ci diede uno spaccato sul sequestro Moro importante, ci fece individuare una decima componente del commando, quando fino ad allora si era detto che ad agire fossero stati solo in nove: la decima era invece proprio la moglie, Rita Algranati, che, svelò l’ex Br, il giorno dell’agguato era appostata con in mano un mazzo di fiori all’angolo fra via Trionfale e via Fani, per dare il segnale agli altri. Ci disse anche come localizzarla in Algeria, un’informazione che rimase inspiegabilmente lettera morta per un po’ ma che poi anni dopo portò alla cattura della donna e del suo nuovo compagno. L’ex Br ci consentì poi di ricostruire l’identità dell”ingegner Borghi’, l’affittuario del covo di via Montalcino, e di aiutare la Digos ad arrestare Maccari”.

“Proprio su Maccari ricordo che quando scattò l’arresto ci fu l’ennesimo appello degli intellettuali, che ne proclamavano l’innocenza, ma fu lo stesso Maccari a smentirli: il giorno prima della sentenza confessò, guadagnandosi una condanna a 30 anni invece che all’ergastolo. Gli servì a poco, morì in carcere”.

Tornando a Casimirri, “in cambio della sua collaborazione – racconta ancora lo 007 – ci chiese un salvacondotto per girare liberamente in Centroamerica, chiaramente gli dicemmo di no, offrendoci invece di cercare di trovare un accordo con i magistrati se avesse deciso di rientrare in Italia. Eravamo a quel punto quando uscì l’articolo di Cipriani. Lui si spaventò moltissimo, ci minacciò apertamente, poi si rifugiò nella giungla e finì tutto nel nulla”.