A Firenze va in scena una pericolosissima rivisitazione del “Il Settimo Sigillo” di Ingmar Bergman, inclusa l’espiazione forcaiola dei peccati da redimere. Un oltraggio alla pellicola, inscenato nella realtà cittadina: in un batter d’occhio, la Libreria il Bargello assume per la vulgata le sembianze di Antonius Block, il cavaliere del celebre film del 1957 e la Morte che decide di sfidare a scacchi, quelle dei soliti noti della galassia antagonista.

Un’impostura che svilisce anche la credibilità e le prerogative naturali della signora con la falce, inscenata da coloro che, pur essendo con l’acqua dell’Arno alla gola, senza mai aver provato cosa significhi per davvero, abbracciare i vortici paludosi che imperversarono per le vie di Firenze il 4 novembre del 1966, decidono a tutti i costi di rivendicare un “blasone” politico e culturale.

Lo richiedono i padri, dall’alto delle colline che sovrastano Firenze, rivolgendosi ai figli di una borghesia impastata con l’accento British e la “R” moscia d’ordinanza, che fa finta di disconoscere le cavie da laboratorio utilizzate nella folle corsa per fermare il tempo. E per certuni, che campano di una dottrina e della devozione ceca da dimostrare ai paparini, cosa c’è di meglio se non piazzare un ordigno provvisto di timer, davanti alle serrande di una libreria che di cultura ne fa davvero?

A farne le spese è un artificiere della Polizia che ha perso l’occhio destro e la mano sinistra. L’obiettivo invece, era quello di sopprimere la vita umana di una comunità che è ben voluta da tutto il vicinato per il suo impegno rivolto alla cittadinanza. Ma la questione di fondo, che non può passare inosservata, sono i continui attacchi che dalla mattina dell’ultimo dell’anno, hanno decisamente fatto un salto di qualità.

I servi della borghesia rampante, istruiti nel credere alle convinzioni “politiche” e stragiste di un dato periodo storico che si è concluso definitivamente, sono intenti a rinverdire un modello gappista, alle prime luci del 2017. Ed è proprio questa visione popperiana e dalla tipologia di storicismo che ne deriva, che ha l’obbligo di essere analizzata per capire gli stolti: «l’essere parmenideo, metafisicamente immutabile, dato con tutte le sue leggi che, includendo la forma-tempo, sembrano leggi del divenire, mentre sono in verità leggi statiche di una realtà cronotopica immobile come totalità d’essere».

Questa è la netta distinzione che a Firenze ma non solo, intercorre tra coloro che pensano nell’immutabilità del tempo e di ogni altra cosa, con chi ha compreso anticipatamente che nulla è tale e quale. Un po’ come i commenti del giorno dopo delle rappresentanze politiche e di una destra troppo occupata a tergiversare nel nulla della dialettica politica, nel mezzo di una strage quasi annunciata. Tanto ai ragazzi di via Leonardo da Vinci, non importa nulla della solidarietà a buon mercato. Ma ancor meno, del disinteresse “politicamente corretto”.