Dopo aver recensito il suo nuovo film, Il signor Diavolo, Tommaso de Brabant, intelligenza anticonformista e ottima firma di Destra.it, ha intervistato per Oltre la Linea Pupi Avati. Non a caso. Se la produzione più recente del regista si è concentrata su commedie, per lo più famigliari, dal tono malinconico, con Il Signor Diavolo il maestro Avati è tornato a quel “Gotico Padano” di cui egli stesso è il principale fautore: vicende stregonesche, sospese tra la fiaba (Le strelle nel fosso, Arcano incantatore) e l’horror (La casa dalle finestre che ridono, Zeder), inusualmente (per i canoni del genere) ambientate in un’Emilia sospesa tra i secoli XVIII e XX.

Con questo film, e con gli amici e collaboratori di una vita di una carriera (Gianni Cavina, Lino Capolicchio, Massimo Bonetti, Amedeo Tommasi, il fratello Antonio e il figlio Tommaso), Pupi Avati ci sottrae al mondo globalizzato del 2019 e ci riporta al Piccolo Mondo Antico di metà Novecento.

Sta finalmente tornando la fascinazione per l’Italia minore; il termine “Italietta” sta perdendo la connotazione spregiativa, e i cinefili nostrani (anche giovanissimi) rivalutano con entusiasmo crescente quel cinema degli anni ’70 che ha visto l’affermazione autoriale di Pupi Avati. Eppure, restano marginali tanti tratti della cultura e del costume di quest’Italia provinciale: ad esempio, non si parla più della figura del diavolo – protagonista di tanta narrazione popolare, centrale nella civiltà preconciliare; non solo non lo si narra più, non se ne parla più nemmeno nelle omelie – i nuovi sacerdoti non affrontano più un discorso sull’Inferno.