Premesso – a scanso di equivoci – che per me anche Gengis Khan sarebbe meglio del Centrosinistra (e non parliamo poi del Centrodestra), devo dire che “Santa” Chiara Appendino, dopo due anni di governo grillino, è comunque riuscita a confermare la tradizionale immagine di Torino come “città laboratorio”, nel senso che non si fa più niente, non si progetta più nulla, si dice di no a tutto, per produrre una “decrescita felice” che sarà forse tale per la classe dirigente del M5S, forse relativamente felice per quanti si troveranno a fare poco o nulla (loro massima aspirazione esistenziale) con un sussidio di Stato (noto anche come reddito di cittadinanza), e molto meno felice per quanti si troveranno disoccupati, o costretti ad andare a lavorare a Milano, oppure all’estero, oppure semplicemente strangolati dalla mancanza di qualsiasi residua attività economica.
       Attribuire la responsabilità di tutto questo al solo movimento grillino sarebbe altamente ingiusto, perché la mancanza di progettualità, il risibile provincialismo torinese spacciato per elitarismo (e in parte lo è sempre stato, visto che coloro che si scambiano reciprocamente incarichi e prebende non credo superino le poche centinaia di persone), la assoluta mancanza di visioni strategiche sono nati molto prima dei “grillini”, ma ora ci avviciniamo al “redde rationem“, in una città sempre più palesemente povera e che – vista l’età media dei suoi abitanti – pare aver già compreso dove andrà a concludersi la sua “decrescita felice”: “six feet under“!
In effetti, la tomba – per dirla nel vernacolo locale – è davvero il posto in cui “as bugia nen”, ergo una destinazione sicuramente ambita e d’eccellenza…